Diritti e democrazia: “Non è giusto, non è giusto…”

La B.Liver Fiamma riflette sul potere di dire "non è giusto", tra estremismi, politica e crisi occidentale. Come Nellie Bly, invita a combattere l’ingiustizia con buonsenso e azioni concrete.

Non è giusto! Il coraggio di cambiare

Erano trascorsi solo dieci giorni, quando Nellie Bly veniva fatta uscire dal manicomio femminile di Blackwell’s Island, che sorgeva su una striscia di terra a pochi metri dalle rive di Manhattan. Lì c’era finita per spontanea volontà e non per follia, in accordo con il suo datore di lavoro, Joseph Pulitzer, l’allora direttore del New York World. Si dice che le era bastata una sola notte di prove davanti allo specchio per simulare la pazzia, per poi convincere senza sforzo i poliziotti che l’avevano arrestata, dopo la chiamata spaventata dei gestori dell’hotel in cui alloggiava. Era il 1887 e Nellie Bly – nella vita Elizabeth Jane Cochran – stava per entrare nella storia come pioniera del giornalismo d’inchiesta per i suoi reportage sui manicomi femminili e sullo sfruttamento lavorativo delle donne. «La maggior parte delle pazienti degli ospedali psichiatrici non sono pazze», scrive la giovane Bly, «ma sono ricoverate per mancanza di risorse finanziarie. Questo non è giusto».

Quanto è potente qualcuno che – consapevole del proprio esprimersi – pronuncia la frase «non è giusto»? Senza urlare, senza strappare le corde vocali, senza troppo gesticolare, anzi: con un senso improvviso di fisica immobilità, come il rivoltoso sconosciuto di Piazza Tienanmen immortalato da Jeff Widener. Una quiete granitica capace di allontanarci da quel guizzo istantaneo che sempre più spesso spinge i protagonisti della vita pubblica e politica a combattere l’estremismo con altri eccessi di estremismo, alla ricerca disperata non di una terza via, bensì di una via di mezzo.

Una calma densa che ci permetta di dire: non è giusto.

Non è giusto che tutti urlino. O meglio, non è giusto che a urlare siano sempre le figure che dovrebbero guidarci a una consapevole serenità della partecipazione civica e politica. Marina Berlusconi, presidente di Fininvest e del gruppo Arnoldo Mondadori, lo dice chiaramente nella sua ultima intervista al Foglio: «Sembra che il modo di pensare sia ormai condannato a oscillare come un pendolo tra convinzioni sempre più estreme. Abbiamo vissuto una lunga stagione di esagerazioni progressiste, oggi veniamo trascinati verso eccessi altrettanto radicali in senso opposto. Una dinamica preoccupante, nella quale anche i conservatori tradizionali vengono travolti dalle posizioni più reazionarie». Un mondo che vede da un lato le grandi autocrazie globali – la Russia, la Cina e l’Iran – fare fronte comune contro un Occidente urlante che rischia di spaccarsi in microcosmi chiusi e spaventati, facendosi scudo con inaccettabili esibizioni di violenze e crudeltà. Un Occidente capace di mettere in dubbio che, pur con tutti i difetti, sia il migliore dei mondi possibili. Dov’è finito il «medio» in cui «stat virtus» che ci insegnavano i Romani? Tra un divertissement sui social e la schiavitù dell’algoritmo prendiamo poco sul serio che, oltre oceano, il mondo Occidentale sia condotto da una figura capace di pensare (ma poi anche di esprimere ad alta voce) alla possibilità di ribattezzare il Golfo del Messico in Golfo d’America, o di annettere agli Stati Uniti il Canada o la Groenlandia.

Quanto vogliamo aspettare ancora, prima di dire tutti insieme: «non è giusto»? Quante manette e catene dobbiamo ascoltare nei video «ASMR: Volo di deportazione di un alieno illegale», firmati Elon Musk? Quanti muri vogliamo vedere eretti, dopo aver lottato così tanto per abbatterli?

Non è giusto vivere in un costante stato di caotica confusione. Prosegue la presidente di Fininvest: «Servono leader politici che guidino la società, invece che lasciarsi guidare solo dalla ricerca del facile consenso, assecondando – e spesso fomentando – la rabbia e le paure della gente. Oggi ci troviamo a dover fare i conti con problemi giganteschi, che mi pare si possano affrontare in tre modi diversi: possiamo ignorarli, come hanno fatto il progressismo più miope, lasciandoli crescere fino a diventare ingestibili; possiamo inseguire soluzioni semplicistiche ed estreme, che nella realtà però non risolvono assolutamente nulla, anzi si rivelano davvero pericolose; oppure possiamo rimboccarci le maniche, sapendo che i tempi saranno lunghi e le difficoltà enormi, ma che, pezzo dopo pezzo, mediazione dopo mediazione, troveremo una qualche via d’uscita. Con molto, moltissimo buonsenso: il buon senso di preservare e proteggere le conquiste di libertà e civiltà che fanno di noi occidentali ciò che siamo».

Non è giusto pensarci ancora così divisi. Su questo, Marina Berlusconi è ferma: «Per il momento non si può ignorare che molti dei primi interventi di Trump hanno sì portato qualche vantaggio immediato agli Stati Uniti, ma alla lunga la sua strategia di mettere gli altri Paesi continuamente sotto pressione si trasformerà in una forza centrifuga sempre più violenta, capace di separare e dividere la comunità occidentale. (…) L’Europa non è un’opzione, ma una scelta obbligata. O Bruxelles continua a barcamenarsi tra i soliti compromessi al ribasso, oppure riesce finalmente a superare gli egoismi e a far funzionare davvero l’integrazione. L’Europa deve svegliarsi. Troppo spesso l’appartenenza all’Unione è ancora vissuta come una cessione di sovranità, come se più Europa significasse meno Italia, meno Germania, meno Francia… Penso alla difesa comune, alla politica estera comune, al debito comune, al mercato unico di capitali: tutti casi in cui l’unione fa la forza. All’Europa servirebbero meno regole e più efficaci».

Di tutto questo colpiscono due concetti, sopra tutti: il buonsenso e la gradualità. Il buonsenso per non dimenticare la storia dei popoli, la geografia delle culture e il loro rapporto con i radicali cambiamenti migratori che stiamo vivendo; il senso di gradualità perché è uno strumento prezioso che sta via via sbiadendo, nella rincorsa frenetica di una soluzione prêt-à-porter, anche dei problemi più densamente annodati. «Non è giusto», direbbe anche oggi Nellie Bly, ricordando che il cambiamento non arriva mai con gesti plateali, ma piuttosto con piccoli passi che accumulano, nel tempo, significato e impatto. Per cambiare davvero la realtà ingiusta, non basta urlare contro l’ingiustizia: bisogna saper guardare oltre le apparenze, andare in profondità e agire con raziocinio, avendo come obiettivo quello di un’integrazione ragionevole, senza pretendere di cambiare il mondo nello spazio di una notte. Le risposte rapide e le soluzioni semplicistiche, sebbene possano sembrare efficaci a breve termine, sebbene possano apparire delle effimere coperte protettive che ci tengono separati dal diverso e dall’ignoto, rischiano di creare ferite più profonde e difficili da guarire. È giunto il momento adottare una visione di lungo periodo, capace di costruire ponti invece di erigere muri, una visione che non ignori la complessità, ma che sappia affrontarla con cultura, pazienza, consapevolezza e con quel pizzico di coraggio che a Nellie Bly non sarebbe mai mancato.

– Fiamma C. Invernizzi

Di tutto questo colpiscono due concetti, sopra tutti: il buonsenso e la gradualità. Il buonsenso per non dimenticare la storia dei popoli, la geografia delle culture e il loro rapporto con i radicali cambiamenti migratori che stiamo vivendo; il senso di gradualità perché è uno strumento prezioso che sta via via sbiadendo, nella rincorsa frenetica di una soluzione prêt-à-porter, anche dei problemi più densamente annodati.”

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