Intervista impossibile ad Antonio Alllegri, detto il Correggio: il maestro della luce e della prospettiva
Antonio Allegri detto il Correggio è considerato uno dei più audaci e rivoluzionari artisti dell’Alto Rinascimento italiano. Con il naso all’insù sono venuta ad ammirare i capolavori del grande maestro, ogni opera sembra parlare di lui, così inizio ad «intervistarlo»…
Buongiorno Maestro, quali sono le tecniche innovative che utilizza nei suoi affreschi?
«I tocchi di colore impiegati in grande sintonia con la luce. Il colore e la luce sono le mie invenzioni. Una luce che rende i colori particolarmente affascinanti e smaglianti: un unicum nel mio contesto artistico. Nessuno prima lo aveva fatto».
In che modo ha utilizzato la luce nei suoi capolavori?
«Ho cercato di fare un uso della luce del tutto particolare, che creasse un’illusione ottica, per cui il mondo reale si unisce al mondo immaginato: “l’Universo inventato”. Esempio di questo sono le mie cupole, soprattutto quella di San Giovanni Evangelista a Parma, dove i colpi – possiamo proprio dire così – di luce investono il colore, le cromie: i rossi piuttosto che il colore dorato che vengono assunti dal nugolo di angeli raffigurati. Anche la Cupola del Duomo, sempre a Parma, dove c’è uno sfondamento quasi prospettico proprio grazie alla luce di mia invenzione, lo testimonia».
L’arte di Andrea Mantegna come ha influenzato il suo stile iniziale?
«Ancora molto giovane ho lavorato a Mantova e quindi ho avuto modo di poter fruire delle scoperte del grande maestro. Comunque, considero il mio vero maestro Leonardo Da Vinci, di cui ho potuto cogliere numerose novità, grazie alle quali le nuvole che dipingo sono “tattili”, cioè si può coglierne addirittura il peso specifico. Quindi sì Mantegna, ma i miei veri maestri sono Leonardo e Dûrer».

psicosomatica, specializzata in alimentazione, cronista del Bullone.
Maestro, quali sono le sue opere più famose e dove si possono ammirare?
«Credo che le opere nelle quali mi identifico di più siano proprio “le cupole parmensi”, cioè San Giovanni Evangelista, il Duomo e anche la Camera picta del monastero di San Paolo. Tutti monasteri benedettini, perché io sono un oblato benedettino».
Come ha trasformato la prospettiva tradizionale nei suoi affreschi?
«Grazie a quella luce di mia invenzione, come in un teatro sacro ho creato una rappresentazione illusionistica, per cui una piccola cupola, come quella di San Giovanni o del Duomo, sembra grande, in qualche modo, con l’uso di quella tecnica, l’ho espansa».
Quali sono le principali differenze tra le sue tecniche prospettiche e quelle di Michelangelo?
«Le tecniche sono molto simili, ho carpito molto anche da Michelangelo. I miei viaggi a Roma poi mi hanno permesso di imparare anche da Raffaello. Possiamo dire che Michelangelo ha un piglio più duro, più possente, il mio è un po’ più dolce, in virtù anche dello sfumato che io utilizzo proprio per rendere più efficace la mia rappresentazione».

artistico del Complesso di San Giovanni Evangelista, ha reso numerosi contributi sulla pittura italiana del Quattro e del Cinquecento, grazie ai quali si è accreditata come specialista nel quadro della critica internazionale.
La sua arte come ha influenzato il Rinascimento?
«Il Rinascimento ha avuto una profonda influenza su tutta una generazione di pittori coevi, ma le tecniche di cui abbiamo parlato hanno aperto al movimento artistico e culturale Barocco. Credo, dalla dimensione dove mi trovo adesso, che questo avrà un’influenza importantissima per le cupole barocche future».
Ci sono stati momenti critici nella sua vita?
«In realtà non ho avuto momenti particolarmente critici perché sono stato sempre molto legato alla mia famiglia e appena possibile sono tornato a Correggio, per esempio in occasione della malattia di uno zio a cui ero molto legato. Poi c’è la bellissima parentesi a Parma, dove il mio legame con i monaci benedettini è stato un periodo molto felice. La famiglia benedettina mi ha aiutato molto a superare il dolore per la morte di mia moglie, tant’è che ho preferito vivere all’interno del monastero piuttosto che nella mia casa».
Come sarebbe accolto oggi un pittore come lei?
«Penso che sarei accolto bene, grazie al mio carattere semplice, umanamente molto attento alle esigenze degli altri, amante dei bambini. Non vorrei darmi degli elogi da solo se dico che credo di definirmi una “persona perbene” considerando i miei valori».
Maestro, lei come disegnerebbe il mondo di oggi, dove sembra che la parola «pace» risuoni molto lontana?
«La cosa mi preoccupa moltissimo, quindi passerei dai colori vivaci e smaglianti, come il rosso a colori più bui, cupi, però infonderei sempre una luce: quella della speranza che si possa superare un mondo così brutto».
– Antonio Allegri, il Correggio
“«La cosa mi preoccupa moltissimo, quindi passerei dai colori vivaci e smaglianti, come il rosso a colori più bui, cupi, però infonderei sempre una luce: quella della speranza che si possa superare un mondo così brutto». “