Intervista impossibile a Eleanor Roosvelt: i diritti umani in prima linea

Intervista impossibile a Eleanor Roosvelt: pioniera dei diritti, trasformò il ruolo di First Lady; contribuì infatti alla Dichiarazione ONU, sostenne afroamericani, donne e soldati, anticipando temi di genere e media education.
Eleanor Roosvelt illustrata da Max Ramezzana.

Eleanor Roosevelt: la First Lady che cambiò il mondo

Lungo le rive del fiume Hudson, nel cuore di Hyde Park, incontriamo la 32esima first lady, pioniera della battaglia delle donne, prima ambasciatrice delle Nazioni Unite, giornalista e scrittrice.

Eleanor Roosevelt (11 ottobre 1884, New York – 7 novembre 1962, New York) è stata un’attivista e First Lady statunitense. Dal 1933 al 1945, nel suo ruolo di First Lady, sostenne
e promosse la New Deal, la linea politica del marito, il presidente Franklin Delano Roosevelt.

Perché lei, Eleanor Roosevelt, è stata definita la «First Lady del mondo»?

«Sono stata definita “First Lady del mondo” per il mio ruolo unico e rivoluzionario nella politica degli Stati Uniti. Sposando Franklin Delano Roosevelt, 32º Presidente degli Stati Uniti, ho cercato di incarnare un modello di donna impegnata in prima linea, non solo come moglie e madre, ma anche come figura pubblica con un forte impatto sociale e politico. Ho dedicato la mia vita a sostenere i diritti delle donne e delle minoranze. Prima di me non c’era mai stata una donna che avesse ricoperto il ruolo di First Lady con personalità e indipendenza. Sono stata una pioniera, anticipando figure come Jacqueline Kennedy e Michelle Obama».

Qual era il suo impegno per i diritti delle donne negli anni ’20 negli Stati Uniti?

«Negli anni ’20, quando le donne avevano appena ottenuto il diritto di voto, mi sono battuta per migliorare le loro condizioni, in particolare delle immigrate. Ho sostenuto l’educazione e l’accesso al lavoro, cercando di dare alle donne maggiore dignità e opportunità».

Qual è stato il suo ruolo alle Nazioni Unite?

«Nel 1946 sono stata la prima donna a rappresentare gli Stati Uniti alle Nazioni Unite. Ho contribuito in modo significativo alla scrittura della Carta dei Diritti Umani dell’ONU, promuovendo l’uguaglianza tra le persone, indipendentemente da sesso, razza o classe sociale»

Roberto Pesenti, giornalista, corrispondente dagli Stati Uniti, inviato speciale, ha lavorato
nella comunicazione politica. Ha diretto attività di ricerca storica sulla politica americana.
Ora è volontario in alcune organizzazioni del terzo settore. Consulente editoriale
de Il Bullone.

In che modo lei ha comunicato con il pubblico?

«Ho usato i giornali per comunicare quotidianamente con il pubblico, pubblicando una rubrica chiamata My Day. In questa rubrica, raccontavo la vita quotidiana di una donna comune che, pur essendo la moglie del Presidente, si destreggiava tra la cura della famiglia e la vita pubblica, condividendo esperienze personali».

Qual è stato il suo ruolo nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani?

«Ho avuto un ruolo fondamentale nella redazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, con un focus particolare sui diritti delle donne. Ho promosso l’uguaglianza di genere in ambito educativo, lavorativo e nella cura dei figli, riconoscendo i diritti delle donne come parte integrante dei diritti universali».

Come ha contribuito alla causa afroamericana negli Stati Uniti?

«Ho lavorato per garantire che le donne afroamericane avessero gli stessi diritti educativi e lavorativi delle donne bianche, nonostante il periodo di segregazione razziale che caratterizzava gli Stati Uniti negli anni ’30».

Può raccontarci in che modo aiutò i soldati americani durante la Seconda Guerra Mondiale?

«Feci molta pressione su mio marito per garantire che i soldati americani al fronte ricevessero regolarmente la posta e i pacchi da casa. Organizzai un’azione per riaprire i canali postali bloccati, migliorando il morale delle truppe. Formai una squadra di sole donne di colore per aiutare nello smistamento della posta. Queste donne inizialmente non venivano rispettate, ma alla fine l’ottimo risultato riuscì a dare loro dignità e riconoscimento».

Cinzia Farina, laurea in Lingue e Letterature moderne, ha frequentato l’Istituto di medicina
psicosomatica
, specializzata in alimentazione, cronista del Bullone

In che modo ha sostenuto i diritti delle donne?

«Ho sostenuto fermamente i diritti delle donne, lavorando per l’uguaglianza di genere in vari ambiti. Ho preso posizioni importanti sul femminismo, sostenendo che le donne dovessero avere le stesse opportunità degli uomini in tutti gli aspetti della vita, dall’educazione al lavoro».

Che cosa pensa del ruolo della donna oggi?

«Oggi ci sono temi che allora, quando io ho cominciato la battaglia per le donne, non esistevano. Come il tema della riproduzione, dei diritti sessuali e dell’identità di genere. Si tratta di un grandissimo passo avanti. Mi riferisco in particolare ai diritti LGTB+ che erano totalmente fuori dal movimento femminile quando io ero alla Casa Bianca, di queste cose non si parlava, si dovevano nascondere. Credo che le conquiste di questi ultimi anni siano state molto importanti».

Lei che è stata ambasciatrice dei diritti umani, che cosa pensa di un mondo ancora invaso da guerre e ingiustizie verso i più deboli?

«Penso che in questo momento particolare manchi il ruolo delle Nazioni Unite. Noi l’abbiamo costruito nel 1945-46 perché si evitassero di nuovo le tragedie della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Quella struttura nella quale tutte le Nazioni si parlavano allo stesso tavolo è invecchiata e va assolutamente registrata per una nuova fase della sua vita: le Nazioni Unite vanno rigenerate. Quando ero alle Nazioni Unite c’erano solo cinque potenze sedute al tavolo del consiglio di sicurezza, ora bisogna far entrare l’India, il Brasile e molti altri Paesi. Bisogna rinnovarle perché è attraverso il multilateralismo che si può uscire da queste guerre e da questo periodo».

Lei come ha utilizzato i media per comunicare e promuovere le sue idee?

«Ho chiesto a mio marito di costituire all’interno della Casa Bianca l’ufficio della First Lady.
Ho cercato di dare un volto al potere delle donne, alla loro forza, e quel volto non doveva necessariamente coincidere con il Presidente: era accanto al Presidente, ma aveva una sua autonomia. Ho provato a costruire una rete di donne importanti nel mondo, donne che hanno fatto politica. Ad esempio, sono stata la prima a incontrare Indira Gandhi, che è stata una grandissima donna e ha rappresentato il nascere della democrazia indiana, insieme a tante altre donne che ho incontrato. Una rete di donne che però partivano dal 1945: ora questa rete andrebbe riscoperta e ricostruita».

Oggi le notizie vengono percepite attraverso una pluralità di canali, lei che cosa ci suggerisce per riconoscere in questo groviglio di informazioni le fake news?

«Quando io facevo politica e politica internazionale c’erano delle fonti molto precise: i giornali e la radio, poi è arrivata negli anni ‘60 la televisione. Ora bisogna prendere atto che il mondo della comunicazione è esploso: sono decine e decine le fonti. C’è anche una maggior concorrenza tra i media e ci sono possibilità di accedervi in maniera diversa. Io direi che una delle cose che forse potrebbe essere fatta è quella della media education, introdurre all’interno dei programmi, soprattutto nelle scuole medie, uno spazio dedicato ad insegnare come si usano i media».

– Eleanor Roosvelt

«Penso che in questo momento particolare manchi il ruolo delle Nazioni Unite. Noi l’abbiamo costruito nel 1945-46 perché si evitassero di nuovo le tragedie della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Quella struttura nella quale tutte le Nazioni si parlavano allo stesso tavolo è invecchiata e va assolutamente registrata per una nuova fase della sua vita: le Nazioni Unite vanno rigenerate».

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