Barilla costruisce inclusione: quando il lavoro diventa casa
Per accorciare la distanza tra il dire e il fare, serve crederci e costruire relazioni che mettano sul tavolo, oltre gli obiettivi, anche esperienze di vita e valori condivisi. C’è tutto questo alla base della collaborazione tra Barilla e PizzAut, il progetto di Nico Acampora che punta a costruire opportunità di lavoro e autonomia per ragazzi autistici – in Italia, 1 bambino su 77 è autistico – attraverso la gestione di due ristoranti inclusivi a Cassina de’ Pecchi e a Monza.
L’idea è semplice: l’azienda di Parma ci mette l’eccellenza dei propri prodotti – con donazioni regolari di ingredienti e alimenti di prima qualità (oltre a donazioni economiche) – mentre la fondazione aggiunge le braccia volenterose di 41 ragazzi «aut», formati e poi regolarmente assunti. I risultati sono sorprendenti e, dopo un anno dall’avvio della partnership, fanno sognare più in grande: si sta già lavorando al progetto PastAut, che prevede tra l’altro anche l’apertura di un terzo punto ristoro con un menù che alla pizza affianca un’ampia proposta di pasta.
Ce lo ha raccontato Nico Acampora, da cui ci ha accompagnato Fabrizio Vago – Account Manager Marketing Vendite di Barilla Group e papà aut attivo sul progetto – davanti a un fritto misto e una pizza senza glutine serviti con simpatia da Simone e Letizia.
Quanto sono orgogliosi i tuoi ragazzi di sapere che dietro il vostro progetto c’è un’azienda come Barilla?
«Barilla è nelle case di tutti loro – Dove c’è Barilla c’è casa, recitava il famoso claim – e per molti ragazzi PizzAut è casa. Ma soprattutto avvertono che questa collaborazione è un incontro fra persone, non solo fra aziende – la presenza di Fabrizio ha fatto la differenza – persone che ci credono fino in fondo e decidono di investire il loro tempo lavorativo e privato per costruire reti, rapporti, ponti con esiti molto belli. Non è solo un sostegno economico, quello di Barilla – che è sempre fondamentale – è una comunione di valori. Lo abbiamo capito fin dall’inizio, prima ancora che prendesse avvio la nostra collaborazione, quando l’azienda ha deciso di acquistare un certo numero di copie del nostro libro Vietato calpestare i sogni, per dare un messaggio di speranza e inclusione ai propri dipendenti e collaboratori. Uno scambio di esperienze umano che si è trasformato in una collaborazione, oggi concentrata sul nuovo progetto PastAut».
Cosa possiamo già dire del progetto PastAut?
«In uno dei due ristoranti, a Cassina, abbiamo cominciato a fare la pasta perché i clienti abituali non possono mangiare tutti i giorni la pizza. Abbiamo verificato sul campo che i nostri ragazzi riescono a cucinare bene e con piacere, l’idea è quindi di sperimentare, a pranzo, in entrambi i ristoranti un menu pasta e contorno, che stiamo studiando con lo chef di Barilla. Se questa sperimentazione andrà bene, l’obiettivo è di aprire un terzo ristorante PizzAut&PastAut, con le proposte di pasta anche nel menu serale. Un terzo punto di inclusione, non solo di ristoro, con l’utilizzo dei prodotti Barilla».
Quanto è importante per i vostri ragazzi poter lavorare?
«Non è importante, è fondamentale. Vedo nei miei ristoranti cose che non pensavo possibili: ragazzi con mutismo selettivo che hanno cominciato a parlare con tutti, ragazzi che non toccavano le altre persone che oggi invece abbracciano i colleghi e anche i clienti. Vedo ragazzi con competenze sociali e relazionali molto basse che sono riusciti ad aumentarle in maniera impressionante, come nel caso di mio figlio, che non lavora da me, ma ha fatto un anno di alternanza scuola-lavoro, imparando cose mai fatte prima quanto a competenze lavorative, sociali e relazionali. Il lavoro fa miracoli. Lavorare, per i ragazzi, vuol dire aumentare la propria autostima, sentirsi parte di una società che fino a ieri li ha esclusi, avere una complessità di relazioni quindi di stimoli, vuol dire che la vita cambia radicalmente. I ragazzi hanno uno stipendio vero: molti di loro non danno ai soldi il valore che diamo noi, però è un elemento importante nella loro vita e in quella della loro famiglia».
Si respira un’aria di famiglia qui a PizzAut. Come si fa a sentirsi il secondo papà di 41 ragazzi?
«Mi sento in colpa per questa espressione “secondo papà” che i ragazzi usano con me. Una volta ho persino chiesto scusa al papà di Letizia, che per tutta risposta mi disse una cosa straordinaria: “Nico, tu hai dato una seconda vita a mia figlia, quindi è giusto che lei ti chiami secondo papà”. Ho fatto l’educatore per tutta la vita e sono convinto che si possa essere molto legati alle persone con cui si lavora senza che questo comprometta il ruolo di nessuno: i ragazzi sono i miei dipendenti, ma anche i miei colleghi di lavoro».
Qual è il messaggio che, forte della tua esperienza, ti senti di dare ad altre aziende?
«Che si può fare!, come urla il dottor Frederick in Frankestein Junior. Se io, che sono solo il papà di un ragazzo autistico, do lavoro a 41 ragazzi autistici in due ristoranti che funzionano molto bene, grandi imprenditori e manager possono fare sicuramente meglio. I ristoranti PizzAut sono profittevoli: sviluppiamo utili che investiamo. Adesso, per esempio, stiamo comprando degli appartamenti per favorire le autonomie abitative dei ragazzi, per insegnare loro a vivere da soli, abbandonando il concetto del “dopo di noi”. È straordinario costruire per loro un bel presente, dove noi genitori possiamo andare a casa dei nostri figli a trovarli. Le assunzioni cambiano la vita ai ragazzi e alle loro famiglie, ma anche alle aziende che li assumono, migliorandola. Arriverà da noi per un periodo formativo presso PizzAut Academy un ragazzo autistico che Barilla ha inserito nel proprio organico. Oltre le parole, ci sono azioni concrete che fanno la differenza».
– Nico Acampora
“Vedo nei miei ristoranti cose che non pensavo possibili: ragazzi con mutismo selettivo che hanno cominciato a parlare con tutti, ragazzi che non toccavano le altre persone che oggi invece abbracciano i colleghi e anche i clienti. Vedo ragazzi con competenze sociali e relazionali molto basse che sono riusciti ad aumentarle in maniera impressionante, come nel caso di mio figlio, che non lavora da me, ma ha fatto un anno di alternanza scuola-lavoro, imparando cose mai fatte prima quanto a competenze lavorative, sociali e relazionali. Il lavoro fa miracoli.“