Ness1 Escluso: lo sport che diventa comunità, inclusione e famiglia
Marcella, coordinatrice dei progetti sportivo-educativi di Ness1 Escluso e ideatrice del modello, accoglie tutti nella hall: il Presidente, gli educatori, i terapisti, i ragazzi, i caregiver e – questa volta – anche noi. È emozionata e non vede l’ora di presentarci i suoi ragazzi, tutti con un grande sorriso stampato in volto.
L’associazione Ness1 Escluso, attiva dal 2017, utilizza lo sport come mezzo per lo sviluppo personale e per intessere relazioni sociali nell’ambito delle disabilità, operando anche nelle RSA per potenziare abilità residue e capacità relazionali. La lista è lunga, e destinata a crescere: dal pilates al pattinaggio, fino al Multisport per i bambini e la Ginnastica conservativa nelle RSA.
Tre sono i loro grandi punti di forza: totale gratuità per le famiglie con divise, completini e borracce; professionalità; una solida rete di supporto. Si lavora nelle scuole, si ospitano insegnanti come osservatori e si supportano le famiglie. Il progetto collabora con servizi sociali, neuropsichiatrie e CSM, che spesso indirizzano gli utenti ai programmi gratuiti. Dall’anno scorso si è potenziato poi il «terzo tempo»: teatro, Luna Park, partite, pattinaggio per creare relazioni e divertimento. Ogni équipe sportiva lavora su specifici obiettivi, confrontandosi tre volte l’anno. Marcella e Fabio, insieme, hanno iniziato con 24 partecipanti: oggi la comunità ne conta più di 300, diventando una grande famiglia che permea la vita dei membri a 360 gradi. Ed è proprio una delle partecipanti, Chiara, una grande sportiva, che ci vuole rispondere per prima:
Ciao Chiara, vorresti raccontarmi un momento in cui ti sei resa conto che l’associazione ti stava davvero aiutando?
«In realtà mi sento aiutata in quasi tutte le attività, perché si è creato un rapporto che va oltre lo sport. Nei momenti di difficoltà – come quest’estate quando non sono stata bene – mi sono sentita accompagnata e sostenuta. Gli educatori e gli istruttori non si fermano all’ora in palestra: c’è una rete di amicizia, oltre che professionale, fatta di attenzioni quotidiane. Qui ho trovato anche qualcosa che oggi è una delle cose più importanti della mia vita: ho trovato l’amore. L’ho fatto aspettare un po’, ma alla fine ce l’ha fatta a conquistarmi!»
Quale progetto o attività senti che ti abbia aiutato di più? Quale vorresti provare in futuro?
«Mi trovo bene a fare tutti gli sport, non ne ho uno preferito in particolare: sono una sportiva. Se dovessi scegliere, direi pallavolo e corsa. Ora pratico sette sport, quindi non credo di aggiungerne altri, ma il 30 gennaio inizierò l’allenamento con la squadra di calcio femminile, possibilità che prima non c’era. Io odio stare ferma: lo sport è una passione, devo muovermi, altrimenti mi annoio».
Ad attenderci c’è anche Martina, terapista occupazionale. Dal 2019 attraversa età, corpi e storie differenti: bambini e anziani, dal multisport al pattinaggio, fino ai progetti nelle RSA, dove il movimento intreccia esperienze di cura fisica e mentale.
Ci concentriamo spesso su quanto i ragazzi apprendono dai professionisti. Può dirci che cosa, invece, le hanno insegnato loro?
«Capita molto spesso, direi quasi all’ordine del giorno. Una delle cose più importanti che mi insegnano è la flessibilità, che poco si sposa con alcune dinamiche interne dei ragazzi. Insieme a loro impariamo ad affrontare imprevisti e situazioni che cambiano all’ultimo momento. Poi c’è il sorriso: dopo mattinate intense, vedere i loro sorrisi ti cambia la giornata e ti ricorda come stare nelle cose con leggerezza. Ti rendi conto di quanto sei importante nella loro vita, tra abbracci, attenzioni ai dettagli e preoccupazioni. È bellissimo vedere come i più autonomi aiutino chi è in difficoltà: impari davvero insieme a loro e partecipi a una comunità che cresce».
Poi Marcella mi presenta Giusy, una caregiver. Ogni martedì accompagna la sorella a Pilates, un appuntamento fisso in cui il corpo si muove, le emozioni trovano spazio e le relazioni continuano a crescere.
Può raccontarci un episodio che le ha fatto capire quanto il lavoro dei partecipanti qui faccia la differenza?
«Mi chiamo Giusy e sono la sorella di quella che io chiamo “una ragazzina di 61 anni”. Seguiamo il progetto da circa due anni e non potevamo trovare un’équipe migliore per lei: è un gruppo fantastico e lo pensa tutta la mia famiglia. Quando dico a mia sorella “andiamo a fare ginnastica”, parte sempre entusiasta. A casa ripete gli esercizi e li mostra a tutti: mio figlio di 25 anni mi dice sempre: “Mamma, guarda zia!”. È un’emozione enorme. L’anno scorso abbiamo festeggiato i suoi 60 anni qui: una festa indimenticabile. Anche se devo fare strada, ne vale sempre la pena. Io lavoro in ospedale e mi prendo i permessi senza pensarci: il martedì è il suo giorno di Pilates, è sacro!».
Marcella e Fabio, presidente e fondatore, hanno idee molto chiare sul futuro dell’associazione.
Presidente, l’associazione Ness1 Escluso dal 2017 usa lo sport come strumento di inclusione, crescita personale e socialità. Avete portato avanti anche progetti come Loveability e Danzability. Guardando avanti, che cosa sogna per il futuro dell’associazione?
«A noi piacerebbe portare questo progetto oltre l’area attuale, in altre regioni e capoluoghi fuori dall’Emilia Romagna, mantenendo il modello. Vorremmo dare più supporto a più comunità. I collaboratori sono la chiave: con passione e professionismo gestiscono tutto ciò che ruota attorno ai progetti. Un professionista deve avere anche competenze umane per poterle utilizzare al meglio nella nostra associazione».
Marcella, lei è il cuore pulsante di questo progetto. Quando osserva chi ogni giorno partecipa o aiuta gli altri, che cosa la colpisce di più del loro impegno silenzioso? E che cosa sogna per il futuro della comunità?
«Il criterio principale nella selezione delle persone è la voglia di lavorare con il cuore oltre l’ostacolo. Non è solo vocazione: dalla conoscenza delle situazioni emerge la carica umana che ci viene rivolta. Quanta attenzione e voglia di servire le famiglie, condividere gioia e rendere più piccolo il dolore. Anche le società sportive ci forniscono istruttori, ora sono loro a cercarci per partecipare. La chiamerei cultura della disabilità: la disabilità si deve sposare con la bellezza, e ciò che vediamo noi dobbiamo mostrarlo a tutti, anche per questo usiamo le uniformi: per scardinare il pregiudizio del disabile esclusivamente chiuso e con la bavetta. I ragazzi sono splendidi, ci spostiamo in luoghi nuovi ogni giorno. Vederli portare le nostre sacchette ai familiari per chiedere di partecipare è per me un obiettivo raggiunto. Alcuni hanno anche ricevuto un patentino come aiuto-allenatore. Il mio sogno sarebbe scrivere un libro o fare una serie tv che racconti tutte le storie dentro l’associazione: ce ne sono di bellissime, e ci facciamo spesso grandi risate perché, senza filtri, assaporiamo la vita in tutte le sue sfumature, anche – e forse soprattutto – nella disabilità».
– Marcella
“La chiamerei cultura della disabilità: la disabilità si deve sposare con la bellezza, e ciò che vediamo noi dobbiamo mostrarlo a tutti, anche per questo usiamo le uniformi: per scardinare il pregiudizio del disabile esclusivamente chiuso e con la bavetta. I ragazzi sono splendidi, ci spostiamo in luoghi nuovi ogni giorno.“