Amicizia, fiducia e libertà: la ricetta di Mauro Magatti per superare la policrisi
Sociologo, economista e saggista, Mauro Magatti è professore ordinario di Sociologia presso la facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dirige il Centro di Ricerca ARC (Centre for the Anthropology of Religion and Cultural Change) ed è editorialista del Corriere della Sera.

Professor Magatti, viviamo un tempo segnato da conflitti e da quella che Papa Francesco ha definito una «policrisi». In un contesto così complesso e frammentato, come si può «stare» dentro a questo tempo senza esserne travolti?
«Proprio Papa Francesco, che è stato uno dei pochi leader mondiali a vedere quello che stava per accadere quando parlava di “policrisi” e di terza guerra mondiale a pezzi, ha chiaramente sottolineato che l’origine di questa crisi è la frammentazione, l’entropia, l’individualismo radicalizzato, una mancanza di perdita del legame sociale che poi con il tempo tende a radicalizzarsi e generare la crisi. Dentro questo tempo si può stare se si cerca di leggere questa crisi, la sua radice, la sua origine e partendo da qui si rigenerano le visioni del futuro per superarla. E credo che questo sia ciò a cui siamo chiamati in questo momento così complesso».
Molti ragazzi oggi parlano di amicizia, sia personale sia sociale, come risposta al clima di incertezza. Che cosa ne pensa? È solo un bisogno affettivo, o può diventare una categoria anche politica e civile?
«C’è un desiderio latente molto forte di riuscire a ripensare il legame con gli altri su vari livelli e dentro questo desiderio si esprimono anche queste nuove forme di amicizia sociale. Il tempo alle nostre spalle, la globalizzazione neoliberistica e tutto quello che ne è seguito, tra cui anche la digitalizzazione, hanno dissolto le relazioni e abbiamo una nostalgia di ritrovare dei legami significativi con gli altri in forme che siano dinamiche e generative. Quindi, io penso che questi sintomi siano positivi e che indichino la strada che va seguita. È evidente che anche nella sfera politica continuiamo a oscillare tra istanze politiche che continuano a insistere solo sui diritti individuali e reazioni opposte che recuperano il tema del legame sociale in forma regressiva. L’opportunità e la sfida che viene posta è superare questo dualismo attraverso un movimento di trasduzione creativa».
Negli Stati Uniti emergono esperienze di amicizia sociale e di collaborazione civica, per esempio in città come Minneapolis, o in Texas. Possiamo parlare di una ripartenza dall’amicizia come forma di partecipazione?
«La partecipazione è per definizione un’azione sociale che si fa con altri e quindi è ben possibile pensare l’amicizia sociale come un embrione che va nella direzione della partecipazione e d’altra parte la partecipazione, soprattutto rispetto a fatti gravi come quelli di Minneapolis, diventa possibile e genera trasformazioni solo se poi si radica in amicizia sociale che ristruttura i rapporti all’interno delle città e della società».
Se oggi torniamo a puntare sulle relazioni personali e collettive, è un passo indietro rispetto alle forme tradizionali di rappresentanza? Questo fenomeno indica una crisi della democrazia, o può essere letto come un momento di rottura generativa da cui ripartire?
«Le forme di rappresentanza tradizionali si sono fortemente indebolite proprio a seguito di processi di frammentazione e di individualizzazione. Molte di queste realtà resistono nella loro forma organizzata, ma fanno una gran fatica a interagire davvero con la vita delle persone. Questo vale prima di tutto per i partiti, che sono in gravissima crisi, ma vale anche per i cosiddetti corpi intermedi. Peraltro, come vediamo, è difficile anche, o sembra finita la stagione dei movimenti sociali, perché l’entropia sociale nella quale viviamo è molto forte. Quindi io penso che questa via molto fragile che passa dall’amicizia sociale, sia un segnale che va preso sul serio e va accompagnato con una cornice di senso, di significato, e poi con delle politiche che riconoscano l’importanza della relazione, che è costitutiva della nostra vita insieme».
Come si trasforma il conflitto? È possibile che venga rielaborato attraverso legami più solidi e comunitari?
«Il conflitto è uno dei modi con cui la crisi del legame sociale si manifesta nella forma massimamente regressiva. L’altro, invece di essere un nostro compagno, di essere un amico, diventa il nemico, diventa colui che va addirittura eliminato. Quindi, il conflitto è esattamente il sintomo di una patologia che attraversa la vita sociale laddove quest’ultima dimentica la struttura relazionale del vivente. È questo il peccato originale dell’individualismo che abbiamo coltivato per decenni: pensare che esistiamo come individui indipendentemente da tutto il resto. Le relazioni vengono prima dell’individuo, lo rendono possibile, lo fanno esistere, e ognuno di noi ha il compito di riconoscere questa struttura relazionale e semmai di qualificarla».
Viviamo in un’epoca dominata dai social media e dalle interazioni digitali. È significativo che proprio in questo contesto cresca l’attenzione verso l’amicizia e le relazioni reali?
«Il digitale, come tutte le tecnologie, è un farmaco. Cioè risponde da una parte a delle necessità, a delle difficoltà, a dei problemi, e in particolare nella nostra società risponde al bisogno di un’organizzazione ancora più efficiente, complessa, ma nello stesso tempo, come farmaco, produce anche degli effetti patologici e distorsivi. Perché il digitale, l’abbiamo visto con i social, aumenta la disgregazione sociale e dall’altra parte separa ancora di più le persone le une dalle altre. Per cui il ritorno di una domanda a una relazione diretta, alla costruzione di rapporti più stabili, alla compresenza e alla vicinanza fisica sono il sintomo di bisogni profondi dell’umanità che tendono faticosamente a riemergere. Naturalmente il tema è passare da questa reazione spontanea e immediata, a un disegno, a una visione che riduca gli effetti velenosi del digitale, per conservare e semmai valorizzare gli elementi positivi».
Esiste un legame profondo tra amicizia e libertà? L’una può essere condizione dell’altra?
«Tra amicizia e più in generale tra legame sociale e libertà esiste una relazione strutturale che non è superabile. Da molto tempo ci siamo convinti che la libertà è lo scioglimento da tutti i legami. La libertà ha sempre la capacità di mettere in discussione i legami: paternalistici, di dominio, di sfruttamento. Cioè, la libertà è capace di uscire dai legami, ma una volta che ci siamo liberati, in quanto viventi quindi in quanto strutturalmente legati a tutto ciò che ci circonda, non possiamo fare altro che decidere in quali legami entrare, quali accettare, quali riconoscere e soprattutto quali fare esistere. Quindi, amicizia e libertà, amicizia e legame sono in tensione, ma una tensione feconda, generativa, che va ripensata e riqualificata. Questo è uno dei nodi di fondo della nostra società, è un punto culturale che si fa una gran fatica a comprendere e ancor più a rendere attivo».
Infine, quanto conta la fiducia in tutto questo? È il fondamento dell’amicizia sociale e di una possibile rigenerazione democratica?
«La parola fiducia viene da fides, una parola latina che significa “corda”, nuovamente “legame”, non corda come laccio, ma ciò che teniamo tra le mani che ci tiene insieme. La fiducia è ciò che è necessario per stabilire delle relazioni tra viventi liberi. È ciò che tiene insieme la libertà mia con quella dell’altro. La fiducia è un bene relazionale molto delicato: ci vuole molto tempo per costruirlo e ci vuole un attimo per distruggerlo. E proprio per questo noi rischiamo in questa società individualista, sempre di corsa e sempre eccessiva, di distruggere la fiducia. Ma senza fiducia saremmo costretti a consegnarci nelle mani di qualche tiranno, o di scontrarci fino alla guerra, oppure di accettare la super organizzazione di una macchina.
La libertà individuale è un bene anche questo fondamentale, ma come ho detto prima, una volta che ci siamo liberati, dobbiamo decidere quali relazioni facciamo esistere. La nostra libertà è giudicata e valutata, si qualifica per le relazioni che noi facciamo esistere e per la fiducia che generiamo intorno a noi. Nel mio percorso di formazione, una delle realtà che ho incontrato è quella dello scoutismo. Di questa esperienza porto sempre con me il primo articolo della legge scout, il quale recita che lo scout e la guida, la componente femminile del movimento, considerano loro onore meritare fiducia. Ecco, io penso che sia un’espressione bellissima, che devo dire ho sempre cercato di portare con me. Io considero mio onore meritare fiducia. E se tutti considerassimo nostro onore meritare fiducia, forse questo mondo si troverebbe in una situazione migliore di quella in cui effettivamente è».
– Mauro Magatti
“C’è un desiderio latente molto forte di riuscire a ripensare il legame con gli altri su vari livelli e dentro questo desiderio si esprimono anche queste nuove forme di amicizia sociale. Il tempo alle nostre spalle, la globalizzazione neoliberistica e tutto quello che ne è seguito, tra cui anche la digitalizzazione, hanno dissolto le relazioni e abbiamo una nostalgia di ritrovare dei legami significativi con gli altri in forme che siano dinamiche e generative.“