Yes peace – Greta Privitera: “In Iran la paura più grande non riguarda le bombe, ma che nulla cambi”

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Greta Privitera analizza il conflitto in Iran tra fake news, repressione e speranza di cambiamento, raccontando il punto di vista reale della popolazione.

Iran, guerra e verità: dentro il conflitto raccontato dalla giornalista Greta Privitera

Greta Privitera è una giornalista e scrittrice italiana specializzata in esteri con focus su diritti umani, Medio Oriente e America. Lavora attualmente al Corriere della Sera come giornalista per la sezione Esteri, ed è stata firma di testate prestigiose come Sette e Rolling Stone. Specializzata in reportage e interviste esclusive, ha incontrato figure come Hillary Clinton, Lula, Nancy Pelosi, Olena Zelenska e Narges Mohammadi (Nobel per la Pace 2023). Attiva su Medio Oriente e temi sociali, pubblica regolarmente sul Corriere della Sera, Instagram e altri media.

L’illusione di una guerra breve

Greta, molti si chiedono: sarà una guerra lunga?

«Certamente, durerà più di quanto possiamo immaginare. All’inizio si pensava che Trump avrebbe optato per i cosiddetti “raid chirurgici”, colpendo obiettivi specifici della Repubblica Islamica — il regime che governa l’Iran da 47 anni. Invece, si è aperta una guerra vera e propria. Anche il regime ha risposto con una ferocia e delle tattiche inaspettate. Nonostante Trump avesse pronosticato una durata di quattro settimane, le previsioni attuali sono molto più lunghe».

Il sentimento del popolo iraniano

Che aria si respira tra la popolazione?

«È un conflitto diverso dagli altri. Da quasi mezzo secolo il popolo iraniano è schiacciato da un regime che nega diritti, tortura e uccide chiunque esprima un dissenso. Per questo motivo, il sentimento oggi è ambivalente. Da un lato c’è la speranza: la maggioranza dei cittadini vede in questa guerra la possibile fine del regime e, dunque, la liberazione. Dall’altro, però, c’è il terrore concreto delle bombe, delle case distrutte e degli amici che muoiono. La guerra, quando arriva, è uguale per tutti».

Il rapporto con le fonti e il rischio della verità

Lei ha rapporti molto stretti con uomini e donne in Iran che sono le sue fonti primarie. Che cosa le dicono «fuori verbale»?

«La prima cosa che non posso scrivere sono i loro nomi: rischierebbero l’incarcerazione immediata. Ciò che emerge dai nostri colloqui è un odio viscerale verso i loro aguzzini. Preferirebbero morire piuttosto che continuare a vivere sotto questo stato. Vi faccio un esempio: ieri è circolata la notizia della probabile elezione della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei. Ho pubblicato la sua foto sui social e una ragazza di Teheran, una mia fonte molto coraggiosa che mi invia foto dalle strade, mi ha risposto semplicemente: “Another motherfucker“. Questo non lo scrivo sul Corriere della Sera, ma rende bene l’idea: il disgusto verso il potere è ormai fisico, è una resistenza biologica».

Greta Privitera, giornalista e scrittrice italiana specializzata in esteri con focus su diritti umani, Medio Oriente e America. Specializzata in reportage e interviste esclusive, ha incontrato figure come Hillary Clinton, Lula, Nancy Pelosi, Olena Zelenska e Narges Mohammadi (Nobel per la Pace 2023).
Illustrata da Chiara Bosna.

Fake news e propaganda: il ruolo dell’IA

In un contesto così teso, quanto pesano le fake news e come possiamo distinguere il vero dal falso?

«Le fake news sono tantissime e circolano senza sosta. Prendiamo il caso della scuola elementare femminile a Minab, dove un bombardamento ha ucciso 165 bambine. È circolata una foto terribile ma “troppo perfetta”: dei sudari da cui emergevano i volti delle piccole, circondati da fiori. Quando una foto sembra “troppo bella” nell’orrore, bisogna farsi delle domande. Analizzandola, ho capito che non aveva fonti attendibili ed era un prodotto dell’Intelligenza Artificiale, condiviso da profili fanatici. Esiste poi la guerra delle immagini: foto di cimiteri con 160 fosse appena scavate vengono bollate come propaganda dal regime o dagli attivisti, a seconda di chi le pubblica. L’unica soluzione è affidarsi a giornalisti di mestiere, ai fact-checker e a testate internazionali con una reputazione consolidata, come il New York Times, confrontando sempre le provenienze».

Dialogo e futuro: cosa temono gli iraniani?

C’è spazio per il dialogo tra Trump e l’Iran? E qual è la paura più grande della popolazione?

«Al momento non credo ci sia spazio per il dialogo. Per quanto riguarda il popolo, la paura più grande non è la guerra in sé, ma che, dopo tutto questo sangue, non cambi nulla. Temono che il sacrificio di migliaia di persone represse tra dicembre e gennaio porti solo a un avvicendamento con un’altra Guida Suprema, come Mojtaba Khamenei, che segue la linea dura del padre e dei Pasdaran, senza alcuna apertura al negoziato».

Il mito dei «buoni» e la realtà del regime

Lei legge anche la stampa di regime iraniana per informarsi. Queste notizie coincidono con la narrazione dei «buoni»?

«Leggo i giornali iraniani ogni giorno; non sono stampa libera, ma offrono dettagli politici che noi non abbiamo. Tuttavia, non sposo la narrazione dei “buoni” contro i “cattivi”. Se per “buoni” intendiamo Netanyahu o Trump, io non mi identifico in loro e non credo che questa guerra sia nata per salvare gli iraniani. Ma non possiamo ignorare la realtà: l’85% della popolazione detesta un regime sanguinario che violenta le donne in carcere — ho parlato con ragazze fuggite in Italia, traumatizzate da stupri sistematici — e che spara sui propri cittadini come se fossero nemici stranieri. Quello iraniano è un popolo laico che cerca disperatamente la libertà, indipendentemente dai giochi di potere internazionali».

– Greta Privitera

“La guerra, quando arriva, è uguale per tutti.

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