Intervista a Chiara Gamberale, scrittrice, autrice televisiva e conduttrice radiofonica
Le risposte sincere e attendibili a tutte le grandi domande del mondo le ho sempre trovate nei libri. Chi scrive – e chi legge – lo fa per dialogare costantemente, per ascoltare le verità che risiedono dentro ognuno di noi. Chi scrive – e chi legge – riesce a vedere le sfumature dell’umano, ovunque.
Chiara Gamberale è una scrittrice, conduttrice radiofonica, conduttrice televisiva e autrice televisiva italiana. Esordisce nel 1999 con Una vita sottile, e ad oggi i suoi libri sono tradotti in diciotto Paesi. Per Einaudi ha da poco pubblicato il nuovo romanzo Dimmi di te. È creatrice e direttrice artistica del festival «Procida Racconta» e ha fondato la scuola di scrittura creativa, musica, danza, teatro e arte «CreaVità», dove insegna scrittura creativa. Collabora con 7 del Corriere della Sera, La Stampa e Donna Moderna.

Dimmi di te è il titolo del suo ultimo libro: per «dire» è necessario conoscere le parole, i loro significati e anche il loro potere. Trovare le parole per sé stessi, forse è l’esercizio più difficile. Lei le ha trovate? Le parole per raccontarci sono infinite, o possono esaurirsi?
«Cercare le parole giuste – cioè giuste per me, perché mi fosse possibile andare incontro al mondo senza temere né il mondo né me stessa- è qualcosa che mi è venuto istintivo: non sono cresciuta fra intellettuali, i miei genitori sono persone di numeri, mia madre lavorava in banca, mio padre è un ingegnere… Il mistero luminoso della mia intera esistenza ha proprio a che fare con questo mio trovare un conforto, subito, quando ancora non sapevo leggere, nelle storie che ascoltavo o che inventavo. Che ho sempre, sempre cercato lì: nelle parole per raccontare e raccontarsi, appunto. Come se qualsiasi cosa che ci capita, anche la più tremenda, una volta che trova un modo per venire raccontata, possa consentirci di darle un senso. O magari di accettare che un senso non ce l’ha. È per questo che alla fine di ogni romanzo che scrivo, io per prima ne esco con delle rivelazioni, e scrivere Dimmi di te, senza esagerazioni, mi ha letteralmente salvato la vita, mi ha tirata fuori da una palude di disincanto dove, proprio come la mia protagonista alle prime pagine, anch’io affondavo».
Il suo libro parla anche della possibilità di tradire i propri sogni. Ma perché avvenga un tradimento ci deve essere un patto, un patto sociale che viene tradito. Qual è questo patto alla base? E soprattutto, è possibile prevenire il tradimento?
«Il patto con i nostri sogni credo avvenga fra quello che pensiamo di noi e quello che in realtà siamo… Ecco perché, quando sentiamo di tradirli, i nostri sogni, proprio come succede ad alcuni dei miei personaggi, tocca chiederci: ma chi ha tradito cosa? Era bugiarda l’idea che avevo di me stesso, o è bugiarda la vita che oggi mi ritrovo a fare?».
Dopo un tradimento, di solito, ci sono le scuse. A chi dobbiamo, come comunità, le nostre scuse? C’è un tempo in cui chiedere scusa non è più abbastanza?
«Come comunità dobbiamo le nostre scuse al diverso, ogni volta che ci spaventa. Dobbiamo le nostre scuse al debole, quando nei nostri ragionamenti non teniamo conto di quelli che potrebbero essere i suoi. Ai più piccoli, a chi non sa proteggersi da solo, se istintivamente non consideriamo anche nostra la responsabilità della loro difesa. E spesso anche a noi stessi, per come ultimamente siamo sciatti, egoriferiti, materiali. Purtroppo, ovviamente, c’è un tempo in cui chiedere scusa non è più abbastanza, ma sicuramente la consapevolezza di sbagliare resta un presupposto fondamentale».
Proseguendo questa trattativa immaginaria, dopo le scuse arriva il perdono, la pace. Lei ha sempre perdonato? Dai recenti fatti di cronaca ci chiediamo: tutti possono essere perdonati, anche di fronte alle azioni più scellerate?
«Io tendo a comprendere fin troppo le ragioni dell’altro, sì, perché ho questo vizio di sintonizzarmi sul bambino che è stato, proprio come fa la mia protagonista, e si sa che i bambini, per dirla con Barrie “sono tutti innocenti e senza cuore”, ma mi sto sforzando di mettere dei limiti a questa pietà illimitata che, un po’ come succede alla Viridiana di Bunuel, rischia di farmi assediare, dentro e attorno, dalle rapacità degli altri, e di perdere di vista i miei desideri, i miei bisogni. Riguardo ai recenti fatti di cronaca, ci sono notti in cui a pensarli non dormo, da essere umano, da donna e da madre».
L’adolescenza è il periodo dell’imperfezione: cosa significa per lei questa parola? E come si possono preparare i giovani di oggi, quando il periodo dei sogni possibili e impossibili si conclude?
«Adolescenza è una parola chiave di Dimmi di te, la protagonista va in cerca di quelli che sono stati i miti della sua adolescenza per capire se loro, almeno loro, ce l’hanno fatta a crescere senza tradirsi, e per sapere il segreto che consente di passare dall’età dei sogni possibili e impossibili, appunto, ai fatti, i mattoncini della nostra vita. Per me adolescenza , oltre ad avere intrinsecamente a che fare con sogno, significa ricerca, sperimentazione, trasformazione. Con tutta la paura che queste occasioni straordinarie portano con loro. Forse non avere paura di quella paura è il segreto per chi ha sedici, diciassette, diciott’anni. Io purtroppo ne avevo tanta. Troppa».

Che fine avrà fatto il nostro primo, disperato
amore? E la più desiderata della scuola? Il ribelle?
Saranno rimasti all’altezza dei loro sogni? Saranno
riusciti a non tradire chi sono?
Con l’originalità che l’ha resa unica, Chiara
Gamberale racconta l’impresa più straordinaria
e terribile: fare pace con la persona che siamo
diventati.
Il libro edito da Einaudi, 2024
Nelle sue opere emerge spesso il tema della salute e della malattia mentale. Come possiamo modificare il linguaggio con cui si parla di salute mentale affinché ci possano essere azioni concrete e accessibili?
«Comincerei con l’eliminare l’espressione “fuori di testa”. Semmai, chi sta male, è “dentro di testa”, si è rifugiato tutto lì, fino a diventare irraggiungibile per il resto del mondo, perfino e forse soprattutto per chi lo ama».
In conclusione, un grande tema che sta a cuore al Bullone è quello dello «stare accanto». Stare accanto a chi sta soffrendo, ma anche stare accanto nella quotidianità. Secondo lei, ci si può «preparare alla cura»? Esiste una liturgia per cui possiamo accogliere il dolore dell’altro senza farci o fare del male?
«Una delle domande portanti di Dimmi di te la rivolge la protagonista a uno dei personaggi che amo di più: “Ero io che dovevo dartelo o eri tu che dovevi prendertelo, il permesso di rimanere te, nonostante noi?”,chiede. E il segreto delle nostre alchimie umane credo risieda proprio in questo delicatissimo, difficilissimo equilibrio fra i tuoi bisogni e i miei desideri. Fra i tuoi desideri e i miei bisogni».
-Chiara Gamberale
“Il mistero luminoso della mia intera esistenza ha proprio a che fare con questo mio trovare un conforto, subito, quando ancora non sapevo leggere, nelle storie che ascoltavo o che inventavo. Che ho sempre, sempre cercato lì: nelle parole per raccontare e raccontarsi, appunto. Come se qualsiasi cosa che ci capita, anche la più tremenda, una volta che trova un modo per venire raccontata, possa consentirci di darle un senso. O magari di accettare che un senso non ce l’ha.”