Ascolto

«Mi sentivo un estraneo. Ero solo in mezzo agli altri».
«Pensavano fossi un fallito».
«Ero nel baratro e nessuno se ne è accorto».

Queste sono alcune delle frasi pronunciate da tre persone, che hanno commesso un terribile omicidio. Tre «moventi» per gli inquirenti e tre «giustificazioni» per chi, come noi, ha bisogno di dare un senso a gesti così efferati e spaventosi.

A sentirsi diverso era Riccardo, che a Paderno Dugnano ha ucciso mamma Daniela, papà Fabio e il fratellino Lorenzo. A sentirsi giudicato dalla madre Laura e dal padre Peter, invece, era Benno Neumair, che li ha uccisi senza pentimento. A diventare un fantasma nella sua sofferenza è stata Elisa Roveda, che, a Voghera, ha tolto la vita al suo piccolo di appena un anno.

Tre storie diverse, tre famiglie distrutte, ma soprattutto tre occasioni mancate, per tutta la società, di accorgersi che qualcosa stava accadendo tra le mura di case apparentemente «normali» e in contesti apparentemente «sereni». Come può essere che nessuno si sia accorto di nulla? Nessun segnale?

Lo psicoterapeuta Matteo Lancini sostiene che, seppur viviamo in un’epoca di forte interconnessione, non riusciamo a «sentirci» davvero l’uno con l’altro e ad accorgerci delle fragilità dell’altro.

«Apparentemente i genitori di oggi ascoltano molto di più i figli di come si faceva nelle generazioni precedenti, ma la realtà è che genitori e figli sono troppo distanti e faticano a comprendersi».

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