Il peso e il potere di un no: imparare a non perdersi per non perdere
Dire «no» per me è una sfida. Ancora oggi faccio fatica a dirlo, a richiedere dei confini e a immaginarmeli, quei confini. Il motivo è che io molto spesso non metto confini e non li metto perché temo di ferire l’altro, di perdere un’occasione, di sentirmi ancora e ripetutamente isolata e quell’isolamento mi spaventa molto. Il rovescio della medaglia, però, è che non solo rischio di fare esperienze che non vorrei, ma che non riconosco la mia necessità di porre dei limiti (che sia a me o agli altri). Dire no, quindi è come privarmi di qualcosa indipendentemente dal fatto che possa portarmi beneficio o meno. Non ricordo, ad oggi, molte occasioni in cui ho detto di no. Le poche volte che sono riuscita a mettere dei confini chiari, sono subito tornata sui miei passi, come se avessi commesso un peccato. Con il tempo mi sono domandata che cosa fosse giusto per me, rimanendo spesso senza una risposta sicura. Quando, ad agosto, ho detto no alla mia prima relazione, sono poi tornata sui miei passi trascorrendo i cinque mesi successivi a sentirmi una persona sgradevole, bugiarda e incapace di prendere una decisione definitiva.
Un giorno però, ho deciso di prendermi cura di quella ferita e quelle sensazioni si sono gradevolmente spente. Fino a qualche anno fa non comprendevo a pieno l’importanza del no, perché la legavo a una prevaricazione di qualcuno su qualcun altro. Poi ho capito che non solo si può dire, ma si può dire in modo consapevole e senza per forza utilizzare parole o atteggiamenti ostili. È una forma di tutela che ho sempre scambiato per menefreghismo. Ho scoperto che anche questo mio tornare sui miei passi fa parte del gioco e che non sempre si hanno subito le idee chiare. Spesso la necessità di dire di no, quella di allontanarsi, o quella di mettere delle regole passano prima dal corpo e ancora più spesso queste sensazioni non sappiamo comprenderle e finiamo per passarci sopra. Così passano mesi, prendiamo una decisione senza sapere bene perché, ma il perché lo conosceva fin dal principio il nostro corpo.

Una canzone di Kaze che mi piace tantissimo e che si intitola Volevo portarti al mare ha come frase/gancio proprio il riferimento a questo aspetto: «Ti volevo portare al mare quasi per dimenticare che il corpo ricorda le cose e non le posso più cancellare». Il nostro corpo ha una memoria sofisticata, densa e all’occorrenza ci avverte, prima ancora che lo capisca la testa, se c’è qualcosa che non va. Se c’è qualcosa a cui dobbiamo dire di no. Non so se sono capace di dire no e forse ci vorrà ancora del tempo prima che io possa sentirmi al sicuro a mettere i miei confini, senza per forza sentirmi un mostro anche solo per averci provato. Così, per imparare, osservo i no degli altri: quelli di alcune persone amiche che si prendono i loro spazi facendomi comprendere inconsapevolmente come si fa. Quelli degli educatori e degli operatori del centro diurno dove svolgo il mio servizio civile che mi insegnano l’importanza delle regole adeguate per crescere meglio e per stare nel mondo, attraverso l’esperienza dei bambini e dei ragazzi. Quelli di mia madre quando è stanca e si prende del tempo per sé, o quelli di mia sorella quando cerca di farmi capire che i confini sono labili e che devo provare ad averne cura. A volte però, ho detto dei no pieni di rabbia e paura. Ho negato che qualcosa che mi stava facendo stare male stesse succedendo davvero e forse questi sono i miei no un po’ più facili da affermare, perché in qualche modo non ferisco nessuno.
– Alice Vichi
“Un giorno però, ho deciso di prendermi cura di quella ferita e quelle sensazioni si sono gradevolmente spente. Fino a qualche anno fa non comprendevo a pieno l’importanza del no, perché la legavo a una prevaricazione di qualcuno su qualcun altro. Poi ho capito che non solo si può dire, ma si può dire in modo consapevole e senza per forza utilizzare parole o atteggiamenti ostili. È una forma di tutela che ho sempre scambiato per menefreghismo.“