Il bebè cosmico e l’ultima frontiera del sapere
Nell’anno 2051 non c’era più niente da esplorare. L’uomo era giunto su qualsiasi pianeta, conquistato lo spazio, piegato il tempo, compreso quello che era visibile e quello che non lo era.
L’equipaggio della Odyssey si avvicinava a Giove dopo un viaggio di mesi. Il team era composto da una decina di persone, nessuno sapeva perché erano lì. La NASA aveva finito la mappatura del sistema solare ormai da mezzo secolo. Solo la comandante era a conoscenza dello scopo, ma evitava di condividere informazioni con l’equipaggio. Negli ultimi giorni si era chiusa in cabina, accentuando il dialogo criptato con la base terrestre.
«Comandante. Siamo entrati nell’atmosfera di Giove. Attendiamo istruzioni».
La porta si aprì, lei uscì dalla cabina con il viso scavato: «Bene. Adesso vai a inserire questo codice sul computer di bordo. Se le coordinate che ci hanno dato sono giuste, dovremo muoverci a breve. Voglio essere presente». Camminarono fino alla sala grande, il tecnico inserì all’interno dell’enorme macchinario un insieme di numeri e lettere. Il computer processò il compito e cominciò a calcolare una rotta. Quel modello era noto per l’estrema precisione e rapidità di calcolo: uno, due, tre. Errore. Riprese il calcolo, ancora errore. Il tecnico alzò lo sguardo, la comandante rispose con un’espressione innocente.
Ecco però, la rotta era tracciata e i motori si mettevano in azione. Il tecnico riprese a controllare i valori sullo schermo, la comandante sospirò e si sedette in fondo alla sala, osservando lo spazio profondo visibile dalla nave. Per ore tacque, poi scattò in piedi. L’aveva visto: «Eccolo! Fermate la nave». Il tecnico sembrò sorpreso ma obbedì. Lei riprese: «Siamo giunti al nostro obiettivo. Ralf. Peter. Claire. Con me».
I tre la seguirono. Lei si stava preparando per una missione nello spazio aperto, loro di riflesso la imitarono indossando tuta spaziale e casco. Peter non poté fare a meno di chiedere: «Comandante, dove stiamo andando?», lei mosse il dito in cerchio, sillabando, «Dopo».
Salirono su una navetta a guida manuale, la comandante reggeva il timone.
«Ora posso parlare. È meglio che i computer di bordo non conoscano lo scopo di certe missioni. I tecnici ci assicurano che è più sicuro così. Vedete quel varco nero interspaziale?».
Loro in coro: «Sì».
«È stato causato da una missione andata perduta negli archivi per tanto tempo. Ma se il report che abbiamo trovato è vero, in quel varco abita l’individuo più sapiente dell’universo».
Uscirono dalla navetta, a bracciate nello spazio raggiunsero il varco.
Dentro, un appartamento lucente con bagno e camera da letto. Sul letto a baldacchino, disteso sulle lenzuola bianche, giaceva un bebè.
La comandante deglutì, rilesse il report, poi si convinse: «Salve, veniamo dalla Terra… Puoi condividere con noi quello che sai? Cosa ci resta da esplorare?».
Il neonato scalciò seccato, starnutì, poi disse: «Beh, no».
La comandante restò interdetta. Avrebbe voluto insistere, ma il bambino aveva parlato con voce così mite che lentamente abbassò l’indice sospeso.
«Quindi… Non ci resta più niente da esplorare?»,
«Non ho detto questo: ho detto che non posso, né voglio, condividerlo».
Si voltò. I suoi uomini la fissavano impassibili, il respiro filtrato dai caschi era l’unico rumore percepibile. Due abbassarono lo sguardo. «Torniamo indietro».
– Riccardo Russo
“Il neonato scalciò seccato, starnutì, poi disse: «Beh, no». La comandante restò interdetta. Avrebbe voluto insistere, ma il bambino aveva parlato con voce così mite che lentamente abbassò l’indice sospeso. «Quindi… Non ci resta più niente da esplorare?» «Non ho detto questo: ho detto che non posso, né voglio, condividerlo»..“