Il Brigante in handbike – Come Rocky Balboa: un colpo di pedale, una ripresa alla volta

Autori:
Cristiano racconta la sua traversata in handbike della Calabria: una sfida personale e sociale, tra ostacoli fisici, incontri autentici e la volontà di piantare il seme del cambiamento.
Il "Brigante" sbarca a Reggio Calabria, ad aspettarlo gli amici Alessandro e Federico Villa. (Foto: Alessandro Beltrame - agbvideo.com)

Il Brigante in handbike: un viaggio lento verso la libertà

La voglia di raccontare una vita «diversa» ma al contempo «normalissima» era tanta. Forse è per questo che ho deciso di intraprendere quest’avventura. Raccontare qualcosa osservando un punto fermo è interessante, ma quando il racconto ha come sfondo un paesaggio in movimento è più facile conservare l’attenzione per molto più tempo: proprio da questo mio amore per le storie caratterizzate da un certo dinamismo, nasce il mio slow travel denominato Il Brigante in Handbike.

I mesi di pianificazione, spesi a organizzare nei minimi dettagli la traversata della Calabria da Nord a Sud, giunti alla vigilia del grande evento, sembravano esser stati troppo pochi. Tuttavia, siccome la voglia di partire era tanta, con coraggio abbiamo levato le ancore dei camper (i freni a mano) e siamo partiti in direzione di Laino Borgo.

Il 1° giugno era arrivato. I dubbi erano tanti: non sapevo se il mio fisico avrebbe retto a tutti quei chilometri accidentati, ma la voglia di giungere all’arrivo era altissima. Così ho iniziato a pensare non all’intero percorso, bensì a ogni singola tappa, convertendo la frase di Rocky «Un passo alla volta, un colpo alla volta, una ripresa alla volta», in «Una pedalata alla volta, un chilometro alla volta, un parco alla volta».

Ho davvero creduto di poter riuscire nell’impresa all’inizio della terza tappa, quando mi sono accorto che il mio fisico era ancora lì, pronto e reattivo a divorare la strada.

Non è stato tutto “rose e fiori”, ma in qualche modo siamo riusciti ad affrontare i vari imprevisti. Abbiamo bucato ben 5 volte. A Lorica abbiamo rotto l’ammortizzatore di sterzo e per un momento ho pensato al peggio. Il caldo delle pianure, dopo ore a pedalare in sua compagnia, ha tentato di farmi cedere, ma la voglia di proseguire era troppa.

Sul cammino sono stati molteplici gli incontri che, incastonati nel verde sbocciato di un’estate appena consolidata, mi hanno trasmesso la grinta per non mollare neanche un nanosecondo. Quando passavo nei piccoli borghi era bellissimo ricevere gli applausi delle persone sedute ai tavoli di un bar; era piacevole ascoltare le domande di chi, curioso, non aveva mai visto un’handbike ed era comico vedere le loro facce esterrefatte quando gli accennavo i dettagli del viaggio.

Ho visto coscienze aprirsi metro dopo metro. Ho visto l’immedesimazione palesarsi negli sguardi di coloro che ascoltavano i miei racconti di vita, e lo sdegno nell’apprendere alcuni meccanismi burocratici risalenti al medioevo.

È stato un viaggio divertente, impegnativo (alcune strade erano davvero accidentate), saturo di un messaggio sociale. È stato un viaggio che ha portato a far conoscere la mia storia alla Calabria, e al contempo mi ha permesso di conoscere la Calabria: una terra intrisa di storie, luci, ombre, colori e odori che mutavano da un parco all’altro con una disinvoltura disarmante.

Mi porterò il senso di solitudine tanto ricercato e quella compagnia autentica di chi ti apre le porte e le braccia della sua esistenza per accogliere ferite che sono anche un po’ sue.

Il viaggio è proseguito così, tra pedalate ed emozioni indimenticabili. Ad un certo punto avrei voluto ricominciarlo da capo, per eliminare quella frenesia di chi accelera solo per la paura di fermarsi e non arrivare. Nelle ultime tappe il “Cristiano pilota” era stato sostituito da un Cristiano placido, che tentava in tutti i modi di diluire i pochi chilometri rimasti per viversi a pieni polmoni l’avventura.

E come tutte le storie degne d’essere raccontate, non poteva mancare il lieto fine. Giunti sopra Reggio Calabria, le discese mi invitavano alla meta, dove mi aspettavano le persone che mi hanno dato l’incipit per realizzare questo viaggio: Alessandro e Federico Villa e i miei fratelli, insieme a Paolo, erano lì pronti a festeggiare la mia vittoria.

Abbiamo percorso il lungomare Falcomatà in parata. Non potrò mai dimenticare gli incitamenti di Alessandro che mi spronava a dare il meglio negli ultimi metri.

Dopo qualche foto davanti alla statua di Athena, il bagno di folla e la conferenza stampa, ho capito che ce l’avevo fatta: il seme per una società più inclusiva era stato piantato. E ora non possiamo far altro che aspettare e sperare in un cambiamento.

– Cristiano Salvatore Misasi

“Il 1° giugno era arrivato. I dubbi erano tanti: non sapevo se il mio fisico avrebbe retto a tutti quei chilometri accidentati, ma la voglia di giungere all’arrivo era altissima. Così ho iniziato a pensare non all’intero percorso, bensì a ogni singola tappa, convertendo la frase di Rocky «Un passo alla volta, un colpo alla volta, una ripresa alla volta», in «Una pedalata alla volta, un chilometro alla volta, un parco alla volta».”

Ti è piaciuto ciò che hai letto?

Ricevi adesso l’ultimo numero del nostro mensile “Il Bullone”, uno spazio in cui i temi cardine della nostra società vengono trattati da un punto di vista “umano” e proposti come modello di ispirazione per un mondo migliore.

Ricevi ultimo Bullone
 
 
 
 

Diffondi questa storia

Iscriviti alla nostra newsletter

Newsletter (sidebar)
 
 
 
 

Potrebbe interessarti anche:

Torna in alto