Sentimenti – Ma i social ci fanno sentire sempre più soli?

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La B.Liver Giusy racconta come, paradossalmente, siamo iperconnessi ma sempre più soli. Anche l’OMS, infatti, segnala un aumento della solitudine cronica, con gravi rischi per la salute e la vita sociale.
"Apro i social e sono sommersa da immagini e video di persone che viaggiano, sono al mare o a un concerto: sembrano avere una vita perfetta. Interagisco, metto like e allo stesso tempo sento un vuoto nel compiere quell’azione. Mi sento sola". Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Connessi ma soli: il paradosso della generazione ipercollegata

Siamo sempre più connessi, stimolati da contenuti nuovi e notizie provenienti da tutto il mondo, a portata di mano; tutto dentro un dispositivo grande quanto il palmo della nostra mano, che ci connette e travolge in qualsiasi luogo ci troviamo: sui mezzi, sul divano, in pausa pranzo, seduti alla scrivania o in fila d’attesa alle poste; quel piccolo dispositivo ha la capacità di farci sentire per un attimo parte di una rete vasta, in cui però è facile perdere l’orientamento, cadendo. Nonostante questa iperconnessione, ci sentiamo paradossalmente sempre più soli.

C’è chi parla di un problema generazionale e chi addita alle nuove generazioni — principalmente Generazione Z, nati sotto il segno dell’evoluzione digitale — l’incapacità di saper reagire al cambiamento, perché abituati a non dover risolvere problemi ben più gravi, anzi piuttosto pigri perché attratti da un mondo in cui un click vale molto più di un’azione.

Eppure, caro boomer, quando parliamo di emergenza sociale, non stiamo sopravvalutando la pigrizia dei nuovi giovani, piuttosto stiamo parlando di un dato sempre più certo e in aumento.

L’OMS, in uno studio pubblicato a giugno 2025, dichiara che tra il 2014 e il 2023 il 16% della popolazione mondiale (1 persona su 6) si è sentito sola, per poi provare solitudine. Questo dato è allarmante e sottolinea un trend in aumento. Chi prova solitudine cronica ha più probabilità di ammalarsi nel corso della vita di una patologia mentale o fisica, aumentando il rischio di mortalità precoce.

Probabilmente in questi termini, anche per chi ha difficoltà a comprendere, diviene più facile intuire quanto la solitudine non sia un problema lontano, ma piuttosto vicino a tutti noi e per questo è compito di ognuno interrogarsi su come agire.

Interrogarsi vuol dire provare anche a mettersi nei panni dell’altro, riflettendo più profondamente su cosa prova.

Sì, sicuramente siamo la generazione con la più grande possibilità di connessione, ma probabilmente connettendoci online dimentichiamo cosa voglia dire essere presenti a sé stessi nella vita e nel proprio vissuto.

Abbiamo costruito una realtà pensando che essere voglia dire mostrare di fare, riducendo la propria vita sociale a un’esibizione. Mi capita spesso di vederlo e di viverlo nella quotidianità.

“Siamo sempre più connessi, stimolati da contenuti nuovi e notizie provenienti da tutto il mondo, a portata di mano; tutto dentro un dispositivo grande quanto il palmo della nostra mano, che ci connette e travolge in qualsiasi luogo ci troviamo: sui mezzi, sul divano, in pausa pranzo, seduti alla scrivania o in fila d’attesa alle poste; quel piccolo dispositivo ha la capacità di farci sentire per un attimo parte di una rete vasta, in cui però è facile perdere l’orientamento, cadendo. Nonostante questa iperconnessione, ci sentiamo paradossalmente sempre più soli.”
Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Apro i social e sono sommersa da immagini e video di persone che viaggiano, sono al mare o a un concerto: sembrano avere una vita perfetta. Interagisco, metto like e allo stesso tempo sento un vuoto nel compiere quell’azione. Mi sento sola. Allora la mente si offusca e i pensieri iniziano ad avere la meglio: «Io quelle cose non le vivrò mai, non le sto vivendo ora. Sono sbagliata. Sono sola».

Eppure, dietro quel gesto immediato di condivisione, spesso si nasconde lo stesso sentimento che provo io: dimostrare di esserci per non essere dimenticati.

Ci preoccupiamo così tanto di essere visti dagli altri che perdiamo di vista noi stessi, confrontandoci anche qui con la solitudine.

Allora il male sono le nuove tecnologie? Sicuramente no, ma forse dovremo modificare il nostro approccio circa il loro utilizzo.

I social sono dei ponti tramite i quali è più semplice viaggiare, ma non possono essere isole in cui rifugiarsi. Sfruttiamoli per creare luoghi d’incontro fisici, di confronto, di unione.

Potrà sembrare un invito utopico in un mondo sempre più impegnato, ma io non credo. Forse siamo proprio noi la generazione che si sta interrogando su come ricostruire un mondo in cui il benessere sia più importante della produttività per vivere una vita più sostenibile.

– Giusy Scoppetta

“L’OMS, in uno studio pubblicato a giugno 2025, dichiara che tra il 2014 e il 2023 il 16% della popolazione mondiale (1 persona su 6) si è sentito sola, per poi provare solitudine. Questo dato è allarmante e sottolinea un trend in aumento. Chi prova solitudine cronica ha più probabilità di ammalarsi nel corso della vita di una patologia mentale o fisica, aumentando il rischio di mortalità precoce.”

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