Bianco e nero: il tempo sospeso di Elio Ciol
Bianco e nero. Passato, ma eterno presente.
I B.Liver, le educatrici e le volontarie di Fondazione Bullone si fermano davanti alla prima immagine che apre la mostra Sguardi e silenzi, dedicata a Elio Ciol, uno dei più grandi fotografi italiani contemporanei, ospitata presso gli spazi del Museo Diocesano di Milano.
Con noi, ad accompagnarci in questo viaggio nel fluire della vita, c’è Alessandra, guida appassionata ed esperta, incantata lei stessa dalle opere esposte, che illustra con passione. Siamo tutti contagiati dal suo entusiasmo e dalla meraviglia che si spalanca inattesa ai nostri occhi.
L’esibizione offre una straordinaria selezione di immagini, che spaziano dagli scatti più celebri di Ciol fino a opere meno conosciute.
Questa raccolta è un’importante testimonianza della complessità della ricerca artistica del fotografo: attraverso la sua lente il paesaggio, il mondo rurale e l’architettura diventano simboli di attesa, silenzio, mistero e meraviglia di fronte alla realtà.
Per Ciol la fotografia è un’arte radicata nel presente. Il suo legame con il mondo si manifesta nel quotidiano, nel preciso istante, nell’inatteso, nell’irripetibile.

Solo attraverso l’obiettivo si riescono a cogliere, fra le pieghe del tempo che scorre, quegli attimi sfuggenti di ironia sommessa o di profonda emozione, generati continuamente dal fluire della vita in modo spontaneo, senza l’esigenza di essere notati.
Nel ritmo silenzioso dell’esistenza ordinaria, quella priva di clamore, il fotografo si trasforma in un cercatore di perle nascoste, trattenendo il respiro prima di immergersi nel profondo.
Nato nel 1929 a Casarsa della Delizia, Elio Ciol si avvicina giovanissimo alla fotografia, iniziando a lavorare a soli quattordici anni nel laboratorio del padre.
Fin dagli esordi, sviluppa un linguaggio visivo personale e unico. Una svolta cruciale arriva nel 1945 con l’acquisto di una pellicola all’infrarosso che, grazie a particolari filtri, gli consente di creare immagini caratterizzate da profondi contrasti, una cifra stilistica che diventerà un marchio distintivo.
Elementi imprescindibili per comprendere le sue opere sono i luoghi della sua infanzia: l’entroterra friulano. Questo paesaggio non solo segna profondamente la sua sensibilità visiva fin dai primi scatti, ma continua a fargli eco lungo un percorso artistico di oltre settantacinque anni.

Pur rientrando inizialmente nell’alveo della fotografia neorealista degli anni Cinquanta, Ciol traccia presto una strada tutta sua, lontana dagli intenti prevalentemente politici del movimento.
Nei suoi scatti il soggetto centrale diventa la realtà: natura, architettura, paesaggio e soprattutto l’essere umano colto nella quotidianità fatta di gesti semplici, sguardi e affetti.
Ciol si avvicina a questi temi con lentezza e riflessione, cercando una perfezione formale e un’armonia capaci di trasmettere una dimensione contemplativa e spirituale, arricchita da continui esperimenti tecnici.
Il percorso espositivo del museo, suddiviso in undici sezioni, parte con le fotografie del periodo neorealista. Qui Ciol indaga con delicatezza la vita di tutti i giorni: il lavoro, i bambini, i volti degli anziani.
Tra le tappe più toccanti c’è il capitolo dedicato alla tragedia del Vajont, in cui lo sguardo empatico del fotografo riesce a rivelare un dolore intimo e composto, senza cadere nella spettacolarizzazione dell’evento. Invita alla riflessione anche lo spazio riservato ai legami di Ciol con artisti e intellettuali.
Il tempo dell’amicizia con Pier Paolo Pasolini sorprenderebbe soltanto chi si accontenta della superficie delle cose; non stupisce, infatti, che egli, con la sua sensibilità artistica, abbia amato e immortalato un pensatore ribelle come Pasolini. I due furono uniti da una terra comune, Casarsa, paese della madre del fotografo. Ciò che realmente congiunge Ciol e il «corsaro del pensiero» è un’amarezza condivisa, generata dal furto dei valori umani perpetrato da una società dominata dal consumismo e dalla vacuità. In entrambi vive la stessa urgenza di raccontare un mondo di ideali spirituali e materiali, che la modernità indifferente stava divorando.
Il tempo dell’amicizia con Padre David Maria Turoldo si colloca invece in un’Italia ancora immersa nelle illusioni del cosiddetto miracolo economico. Nel 1961 il sacerdote e poeta dell’umana condizione invitò Ciol a esplorare insieme le terre dell’infanzia, alla ricerca di scenari e volti per un film destinato a prendere forma dal racconto Gli ultimi, straordinario esempio di neorealismo lirico cristiano.
Vi è poi il tempo dell’amicizia con l’artista statunitense William Congdon, che si intreccia profondamente con l’anima spirituale di Assisi, luogo simbolico anche per Ciol. Il legame tra il fotografo e il pittore si trasformò in una sfida gentile tra due linguaggi creativi, entrambi votati alla ricerca di significati nascosti nella realtà. Il tempo dell’amicizia con Don Luigi Giussani e con i ragazzi del movimento Gioventù Studentesca si sviluppa tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta.
Per un decennio, Ciol seguì con il suo obiettivo fotografico l’intensità delle esperienze di giovani riuniti sotto lo spirito di comunità. Le sue fotografie catturano l’energia dinamica e l’inquieta ricerca interiore di quella comunità giovanile.
E poi, dopo l’umana amicizia, vi è il tempo del sacro ad Assisi, che per Ciol è una personale Betlemme. Qui comincia a indagare una straordinaria connessione tra arte, uomo e paesaggio, una “trinità terrestre” che diventa il cuore del suo percorso artistico.
La mostra si conclude con uno sguardo ai celebri paesaggi di Ciol, scenari che egli ha imparato non soltanto a osservare, ma a contemplare con gratitudine.
In una delle sue riflessioni più evocative afferma:
«Il paesaggio è per me un dono: lo ricevo, non l’ho creato io».
Il ruolo del fotografo diventa allora decifrare i segreti nascosti nella luce e nei segni misteriosi che abitano gli spazi del cuore. Una citazione biblica tratta dal Qoèlet introduce con significato profondo il percorso artistico e umano di Ciol:
«Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo».
A 96 anni il fotografo riflette sul proprio cammino:
«Ho ricevuto una notevole quantità di doni, realtà che si sono presentate ai miei occhi e che ho potuto fissare in immagini per conservare nel tempo la bellezza e l’armonia che mi si sono palesate davanti».
Un augurio che raggiunge il cuore di tutti noi e guida silenziosamente i B.Liver a decifrare i caratteri segreti che ogni fotografia di Ciol custodisce dietro le sfumature di bianco e nero.
– Silvia Commodaro
“Solo attraverso l’obiettivo si riescono a cogliere, fra le pieghe del tempo che scorre, quegli attimi sfuggenti di ironia sommessa o di profonda emozione, generati continuamente dal fluire della vita in modo spontaneo, senza l’esigenza di essere notati.”