Il re è nudo: la verità che dice chi siamo

La B.Liver Loredana spiega come la paura spinga le persone a credere alle illusioni, come nella favola di Andersen. Nell'era della disinformazione, il pensiero laterale e il fact-checking aiutano a riconoscere la verità nascosta.
"«Mamma, come mai nessuno dice al Re che è nudo?», questa è la domanda che mia figlia, 5 anni, mi ha fatto mentre le raccontavo la favola I vestiti nuovi dell’Imperatore, di Hans Christian Andersen". Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Disinformazione, paura e il potere del pensiero laterale

«Mamma, come mai nessuno dice al Re che è nudo?», questa è la domanda che mia figlia, 5 anni, mi ha fatto mentre le raccontavo la favola I vestiti nuovi dell’Imperatore, di Hans Christian Andersen. Non mi ha chiesto come mai il Re sia così interessato ad apparire bello, anziché a governare il suo popolo. Non mi ha chiesto come mai due sarti imbroglioni vogliano far credere che solo chi è meritevole può vedere delle stoffe inesistenti. Non mi ha chiesto come mai solo un bambino ha il coraggio di svegliare tutti dall’illusione collettiva gridando: «il Re è nudo». Mi ha chiesto perché tutti hanno scelto di vedere ciò che non c’era, hanno scelto una menzogna al posto della verità. «Per paura. Paura di sentirsi inadeguati, paura di non sentirsi accettati, paura di trovarsi da soli a esprimere un’opinione dissonante da quella comune. Non è una cosa tanto strana, sai amore mio, accade quotidianamente».

E così mi accorgo di come una favola, scritta nel 1837, sia così attuale. In un’epoca dove non sappiamo più cosa sia vero e cosa «fake»; un’epoca in cui, per fare ordine nel marasma di informazioni, un algoritmo seleziona quelle affini al nostro modo di pensare, convincendoci che sia l’unico corretto; un’epoca in cui le istituzioni parlano di infodemia, ossia l’epidemia di informazioni che rende impossibile distinguere una verità.

Il fenomeno della disinformazione nasconde molte insidie, una fra tutte il proliferare degli «ismi»: le persone, avendo bisogno di una verità condivisa per sentirsi gruppo, per avere una direzione, per sentirsi «meritevoli» (come i protagonisti della fiaba), finiscono per credere a delle mezze verità, rendendole assolute. E così nasce il Negazionismo (il Re non è nudo), il razzismo, il comunismo, il fascismo. Tutte forme di pensiero ideologico che perdono di vista le varie sfaccettature della verità. Lee McIntyre, filosofo e autore di Post-truth, definisce la nostra epoca quella della post-verità, ossia «un contesto in cui l’ideologia ha la meglio sulla realtà, perché quale sia la verità interessa poco o niente».

Creare disinformazione attraverso fake news risulta, quindi, una pratica efficace, perché tutti preferiamo credere, acriticamente, nelle cose che si accordano con le nostre opinioni. D’altronde diversi studi di psicologia cognitiva dimostrano che siamo naturalmente portati a non verificare ciò che leggiamo, nemmeno confrontandolo con ciò che già sappiamo. Il nostro cervello, insomma, non utilizza le informazioni in suo possesso per distinguere la verità da una menzogna

L’illusione di Mosè

Rispondete a questa domanda: «Quanti animali per ogni specie ha caricato Mosè sull’Arca?». Avete risposto «2»? Rileggete bene. Non preoccupatevi: le persone che si accorgono dello scambio tra Noè e Mosè sono pochissime, al punto che gli psicologi hanno battezzato questo fenomeno «Illusione di Mosè». Questo dimostra che non siamo progettati per riconoscere, al volo, le bufale. E a confermarlo è il report redatto dall’Università San Raffaele di Milano, chiamato Disinformazione a scuola, che sostiene che «un giovane su tre non è in grado di riconoscere la disinformazione».Per difendersi da questo pericolo e dal proliferare di fake news si stanno muovendo tutti: dall’OMS, ai Ministeri, dagli enti di ricerca, alle Università. Sono nate discipline come la Infodemiology e professioni come il Fact Checking (ndr. vedi Bullone del Dicembre 2019, l’intervista al fact checker e debunker David Puente). I fact checker si occupano, appunto, di verificare l’attendibilità delle informazioni e smascherare le notizie false. L’operazione di debunking utilizza tecniche precise, quali la verifica degli URL, il controllo delle fonti, l’analisi delle immagini, il controllo degli sponsor, etc. Ma c’è un aspetto che distingue un fact checker da qualsiasi altro esperto e a scoprirlo è stato lo studio condotto dalla Stendford History Education Group e finanziato da Google.org.

L’esperimento ha messo a confronto docenti universitari, studenti e fact checker e ha sottoposto loro delle notizie, alcune vere e alcune false. I risultati dello studio hanno confermato come «i fact checker, usando la lettura laterale, si siano rivelati più veloci e accurati, mentre storici e studenti sono stati fuorviati da fonti inaffidabili, perché hanno applicato una lettura verticale». «Lateral thinking is the most valuable skill in the difficult time», ha scritto nel 1967 il saggista e psicologo Edward De Bono. Il pensiero laterale, dunque, come risorsa per distinguere la verità. La definizione che ne dà De Bono è: «la capacità di soluzione dei problemi seguendo un percorso non convenzionale e non basato sulla logica razionale». Questo «pensare fuori dagli schemi» trae origine da curiosità e anticonformismo ed è la modalità di pensiero più comune durante l’infanzia. I bambini, maestri di fantasia e freschezza, di fronte a un problema si sentono liberi nella ricerca di soluzioni alternative e nuovi punti di vista.

Ne Il Piccolo Principe, Saint-Exupéry, con il disegno dell’elefante dentro il boa, regala alla letteratura un magistrale esempio di pensiero laterale, che i bambini possiedono, ma che gli adulti hanno bisogno di allenare. «I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta. […]», si lamenta proprio il Piccolo Principe. Nel testo The Use of Lateral Thinking De Bono parte dall’analisi del pensiero verticale e i suoi limiti, per giungere alla conclusione che solo un pensiero alternativo, laterale appunto, possa aiutare a trovare nuove soluzioni, stimolando la ricerca di nuove interpretazioni della realtà. Esistono diversi esercizi che si possono fare per allenare il pensiero laterale: la metodologia dei 6 cappelli, la tecnica del brainstorming, la sinettica, la tecnica S.C.A.M.P.E.R, la playfulness, etc. Tutti esercizi per tornare a pensare come il bambino della fiaba di Andersen. Allora anch’io voglio fare un esercizio: la prossima volta che mia figlia mi chiederà di spiegarle una verità, eviterò di formulare risposte categoriche e razionali, ma ascolterò le suee forse, grazie a lei, mi renderò conto che «il Re è nudo».

– Loredana Beatrici

“Il fenomeno della disinformazione nasconde molte insidie, una fra tutte il proliferare degli «ismi»: le persone, avendo bisogno di una verità condivisa per sentirsi gruppo, per avere una direzione, per sentirsi «meritevoli» (come i protagonisti della fiaba), finiscono per credere a delle mezze verità, rendendole assolute. E così nasce il Negazionismo (il Re non è nudo), il razzismo, il comunismo, il fascismo. Tutte forme di pensiero ideologico che perdono di vista le varie sfaccettature della verità.”

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