Finali alternativi – Un cuore forte nel Sottosopra salva i bambini

Cristina immagina un finale alternativo per la serie Stranger Things, tra redenzione e inganno: Henry Creel sceglie di salvare i bambini, il Sottosopra collassa e l’eroismo si compie nel silenzio.
Una scena dell’ultima stagione di Stranger Things.
Una scena dell’ultima stagione di Stranger Things.

Stranger Things: il più grande trucco di magia della storia

Henry Creel precipitò a terra e, con fatica, aprì gli occhi. Nelle pupille, immagini confuse prendevano forma: ricordi sconosciuti, forse – pensò non suoi. Forse Kali aveva sfruttato Undici. Forse stavano giocando con la sua stessa moneta.

Qualcosa gli impediva di muoversi: una forza oscura che permeava la sua mente. Eppure, doveva proseguire. Per raggiungere Holly Wheeler e gli altri bambini non c’era altra strada. Si sollevò e corse, deciso a completare il lavoro che il Mind Flayer aveva iniziato con lui negli anni ’50. Prima di Hawkins, prima del Liceo, prima che Will Byers fosse rapito, o Undici lo spedisse nell’Abisso.

Ogni passo aggiungeva un tassello al labirinto mentale costruito dal mostro per proteggere l’unica cosa in grado di risvegliarlo: il trauma. Il Mind Flayer temeva una sola cosa: la consapevolezza. Per questo l’aveva sepolta dove Henry non avrebbe mai potuto cercarla.

Quando raggiunse il fondo, l’immagine si fece nitida: un bambino di otto anni, vestito da scout, fissava un uomo straniero in una grotta. Russo, forse. Il ragazzino l’aveva colpito dopo essere stato ferito a una mano da un colpo di pistola.

Fu allora che sentì la voce di William.
«Henry… non sei mai stato tu

Il bambino aprì la valigetta dell’uomo e strinse una roccia. Tutto si fermò.

«Tu eri un bambino, come me», mormorava Will, mentre i suoi amici si preparavano a entrare nell’Abisso per liberare Holly e gli altri.

Ma Henry non era lì per arrendersi. Il suo piano era egoistico, ma chiaro: ricreare il progetto di Brenner, liberare il potenziale dei bambini, renderli forti. Forti e liberi… di scegliere.

«Lasciami solo», sussurrò Creel tra le lacrime.
«Henry…»
«Ho detto di lasciarmi solo!»

Un rivolo di sangue scese lungo la guancia. E mentre la scena si ripeteva, una domanda si fece strada tra i cunicoli ombrosi della sua mente: cosa lo differenziava davvero da Will Byers? Se erano uguali, perché lui era ancora lì?

Will era tornato grazie al «cuore»: Mike, Joyce, Dustin, Lucas, Undici. Max grazie all’amore per Lucas, ma soprattutto alla consapevolezza di sé; Henry no. Nessuno aveva mai provato a riportarlo indietro. Solo Patty aveva smosso qualcosa, prima del buio, del laboratorio, degli esperimenti…

La solitudine lo travolse in pieno, ma con essa, una speranza minuscola: forse anche lui poteva ancora scegliere. Forse non era perduto. Ma come ingannare un’ombra antica, un mostro che vedeva tutto, più antico del mondo stesso?

Henry inspirò. Serviva una maschera. Un’illusione. E c’erano solo due persone capaci di aiutarlo.

Nel labirinto dei ricordi, corpo e mente si mossero come il mostro voleva.
Così rispose a Will:
«Mi ha mostrato la verità. Mi ha mostrato che questo mondo è rotto. Che l’uomo è rotto. Non mi ha mai controllato. E io non ho mai controllato lui. Avrei potuto resistergli, William. Ma ho scelto di unirmi a lui. Lui ha bisogno di me. E io avevo bisogno di lui. Noi… siamo… uno».

Indugiò sulle ultime parole. Will doveva crederci fino all’ultimo silenzio.

In un angolo remoto della sua mente, Henry chiuse gli occhi e raggiunse il vuoto che conduceva a Undici e Kali. Quando Undici lo vide, arretrò pronta ad attaccare. Poi capì, e sorrise: «Forza. Non resta molto tempo».

Undici tornò dal gruppo e li convinse ad aspettare nel Sottosopra: avrebbero portato i bambini in salvo. «Del resto», sussurrò a Mike, «potete solo fidarvi di me. Di noi. Di Kali».

L’Abisso era vuoto. Nessun Demogorgone, nessun pipistrello. Poi una figura mastodontica emerse tra le polveri.

«È… un albero?», chiese Undici.
«No», rispose Henry, colpevole. «È un ragno. I bambini sono nascosti lì».

Non per il tempo, come Vecna aveva fatto credere, ma per il potere: semi di una nuova umanità.

E mentre Henry tornava nel corpo di Vecna, Kali scagliò l’illusione: lo specchio per le allodole che permise a Undici di liberare i ragazzi. Dall’esterno, il Mind Flayer credeva di avere ancora il controllo. Quando furono certi che i bambini fossero salvi, Vecna finse di svegliarsi e andarli a cercare: in realtà, quello era il suo lasciapassare per uscire. Mise un piede fuori appena in tempo per nascondersi; mentre Lucas, Mike, Dustin e gli altri facevano collassare la materia esotica. Il Sottosopra iniziò a sgretolarsi: non serviva uccidere il mostro, bastava chiuderlo… fuori.

Uno, Otto e Undici lo bloccarono, ognuno sfruttando il proprio vantaggio e lo stesso potere che gli era stato inculcato: «è colpo critico», direbbe Dustin, «venti punti: fine della partita».

E mentre il wormhole collassava, polvere nera usciva dalla gola e dagli occhi di Henry in maniera convulsiva.

Rimasero dentro abbastanza a lungo da tenerlo bloccato a metà, poi si crearono una via di fuga; Undici salutò Mike e gli altri, e poi… basta. Scomparvero. Come il coniglio dal cappello di un mago: nel nulla. Così era stato deciso. Così era stato.

«Il più grande trucco di magia della storia», sussurrò Kali, mentre la pioggia iniziava a cadere.

Henry non rispose. Jane fissava gli alberi del bosco con gli occhi lucidi.

Il mondo, semplicemente, andò avanti.

Qualche settimana dopo, prima di partire per Montauk, Jim Hopper si svegliò all’alba. Tornò nel capanno e aprì la scatola di latta dove custodiva il suo personale sepolcro, con una speranza mai detta: una scatola di Eggo Waffles.

La controllò un’ultima volta. Era vuota.

Hopper sorrise.

Il vento soffiava tra gli alberi, e il mondo ignaro continuava a girare. Ma nell’ombra restava intatta una verità: alcune persone nascono per essere eroi silenziosi, e nel silenzio salvano. Alcune battaglie si vincono solo quando troviamo la forza di guardare il ricordo più oscuro — e scegliamo, consapevolmente, di non fuggire più.

– Cristina Procida

Alcune battaglie si vincono solo quando troviamo la forza di guardare il ricordo più oscuro — e scegliamo, consapevolmente, di non fuggire più.

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