Yes peace – Le guerre nella memoria e nella realtà

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Federica dà voce ad Adele, sopravvissuta alla guerra, che rivive il trauma vedendo i conflitti attuali: un racconto potente sulla memoria e sull’errore che si ripete.
"E oggi sento alla tv che è ricominciata, che le bombe cadono ancora dal cielo e che i bambini devono ancora nascondersi. Quanti fratelli faranno questa guerra? Quante persone moriranno? Non pensavo che l’avrebbero rifatto". Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Tra ieri e oggi: la memoria della guerra che grida ancora

Adele (nome di fantasia) ha 97 anni e vive in una RSA lombarda. Ha una famiglia numerosa che viene sempre a trovarla. Ogni pomeriggio è un’occasione per bere un caffè in compagnia e scambiare due chiacchiere. Adele è una persona solare e ama scherzare con tutti.

L’altro giorno, però, era seduta da sola, con il volto adombrato. Mi sono avvicinata e le ho chiesto se andasse tutto bene, se avesse bisogno di qualcosa: «Siediti con me, oggi non ho in programma alcuna visita».

Mi sono seduta al tavolino con lei, con il sole e il vento fresco di inizio primavera che ci pizzicava la pelle. Era una bella giornata. Adele però non ha sorriso, nemmeno per un istante.

«Sai, a volte mi chiedo se le persone si ricordino quello che è già successo in passato», ha detto quasi sottovoce, come se stesse parlando tra sé e sé.

Le ho chiesto a che cosa facesse riferimento, qualcosa la turbava?

“Mi sono seduta al tavolino con lei, con il sole e il vento fresco di inizio primavera che ci pizzicava la pelle. Era una bella giornata. Adele però non ha sorriso, nemmeno per un istante.”
Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

«Pensavo che non avrebbero più commesso questo errore, che non avrebbero ricreato quella terribile situazione. Sai, la guerra è stata dura. Non avevamo da mangiare, ci nascondevamo sottoterra. Mio fratello è stato spedito al fronte e io vivevo con una mamma che non sapeva se avrebbe mai più rivisto il sangue del suo sangue».

Sono rimasta in silenzio, sperando che lei continuasse il discorso: nei suoi occhi non vedevo più il riflesso del cielo azzurro, ma ricordi del passato che riaffioravano alla memoria.

«Tu non capisci e non perché sei cattiva, ma perché non hai vissuto sulla tua pelle i bombardamenti, la fame, la miseria. Sei fortunata. Io ho una certa età, certe cose le scordo in fretta, ma non la guerra, quella non la scorderò mai. E oggi sento alla tv che è ricominciata, che le bombe cadono ancora dal cielo e che i bambini devono ancora nascondersi. Quanti fratelli faranno questa guerra? Quante persone moriranno? Non pensavo che l’avrebbero rifatto».

Adele ora finalmente si è voltata a guardarmi negli occhi, con lo sguardo pieno di domande e sofferenze, le rughe sul volto a indicare le immensità che ha vissuto.

«Non so chi abbia deciso che era il momento di far partire i militari, gli aerei e le bombe», dice, iniziando a scaldarsi, «ma chiunque sia stato io lo vorrei incontrare e dirgli di provare a mettersi nei miei panni. Metti la mia gonna da bambina, vivi la mia fame, saluta mio fratello. Prova cosa significa e scegli se lo rifaresti».

Ha le fiamme negli occhi, di rabbia e rancore. Io ho solo 25 anni, sono ben lontana dalle esperienze che questa donna, seduta davanti a me con le spalle incassate, ha vissuto. Ma il suo dolore e il ricordo della sofferenza mi investono con una forza tale da chiudermi lo stomaco.

Dagli educatori e dalle educatrici ci si aspetta sempre un sorriso, una risata. Ci si aspetta che tirino su il morale a tutti, in ogni momento difficile.

Ma guardando l’anima che mi siede dinanzi non ho nulla da risollevare: non ho né le parole né la forza adatte.

«Hai ragione», mi limito a dire.

E insieme ci voltiamo a guardare il sole e il cielo azzurro di marzo, a respirare quell’aria frizzantina, consapevoli che la nostra, in fondo, è solo fortuna.

Consapevoli che non troppo lontano da noi ci sono persone che l’aria la cercano a pieni polmoni perché le bombe hanno innalzato solo polvere, persone che dividono un piatto scarso di cibo con tutti i membri della famiglia, che identificano corpi di parenti deceduti e che il sole lo guardano con gli occhi pieni di lacrime.

– Federica Merli

Pensavo che non avrebbero più commesso questo errore, che non avrebbero ricreato quella terribile situazione. Sai, la guerra è stata dura. Non avevamo da mangiare, ci nascondevamo sottoterra. Mio fratello è stato spedito al fronte e io vivevo con una mamma che non sapeva se avrebbe mai più rivisto il sangue del suo sangue.”

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