L’ascolto come fondamenta delle relazioni interpersonali
L’ascolto è diventato per me la chiave d’accesso a mondi che non pensavo di poter vedere mai. È molto poetico detto così, lo so, ma non riesco a trovare parole migliori per descrivere ciò che l’apprendere ad ascoltare mi ha regalato.
Nella mia professione di educatrice, ho scoperto che l’ascolto è alla base di tutte le relazioni interpersonali che possiamo intessere con gli altri. Alessandro D’Avenia, nel suo libro Cose che nessuno sa spiega cosa è il «cuore del cuore». Per l’autore, il cuore del cuore è l’ultima delle stanze che compongono l’organo che ci tiene in vita, che pompa la vita nel nostro corpo. È la stanza dove nascono gioia e dolore, che «piangono le stesse lacrime, sono la madreperla della vita, e quel che conta nella vita è mantenere intatto quel pezzetto di cuore, così difficile da raggiungere, da ascoltare, da donare, perché lì tutto è vero».
Ho scoperto, lavorando come educatrice, che il cuore del cuore esiste davvero e che l’unico modo per accedervi è imparare ad ascoltarlo. Il cuore del cuore è ciò che teniamo per noi, nascosto, custodito con attenzione: esporlo e donarlo a qualcuno è rischioso e fa paura. Per questo, per me, l’unico modo per conoscerlo negli altri è fare un passo indietro. Non arrivare con una torcia luminosa puntata nel buio, a indagare dettagli e segreti, ma sedersi accanto a quel qualcuno con un lumino dorato, leggero e flebile. Far vedere che la luce c’è, che si è presenti e che si è lì non come protagonisti, ma come supporto. Sedersi ad ascoltare senza pretese, senza giudizi e senza richieste ha fatto sì che io diventassi la custode di molte storie, di molte vite, di molti «cuori dei cuori». Ascoltare mi ha permesso di conoscere il lato sincero delle persone che hanno voluto raccontarsi e che hanno visto il mio lumino accogliente nel buio. Ho scoperto mondi, ascoltando.
La malattia non permette l’ascolto degli altri
Ma ascoltare non è cosa semplice. È difficile ascoltare chi ha idee diverse da noi, o chi fatica a raccontarsi. È difficile anche ascoltare chi ci ama. E ascoltare noi stessi. Questi ultimi due punti per me sono stati un enorme ostacolo e a tratti lo sono ancora. Soffrire di DCA significa silenziare tutte le voci diverse da quelle della malattia. Coloro che ci amano e ci apprezzano cercano di evidenziare le disfunzionalità dei nostri comportamenti, ma la malattia fa sì che tutto sembri normale e che il problema sia nei loro occhi. Perché, alla fine, fa niente se tutti sottolineano che qualcosa non va, perché la mia malattia mi dice che io sto bene. Ascoltare le parole di chi ci ama, in una situazione del genere, diventa estremamente complesso, perché sembrano tutte bugie, esagerazioni, riflessi delle loro paure infondate. E questo porta ad allontanamenti e separazioni dolorose, perché l’ascolto manca.
Per anni quindi, e dirlo è doloroso, non ho saputo distinguere la mia voce da quella della malattia. Nella mia testa erano uguali, indistinguibili. Tutt’ora, nonostante sia supportata da una psicologa, capita che io non sappia se a parlare sono io o la malattia. Se a parlare è il mio corpo, i miei bisogni, i miei desideri, o quelli della malattia. E ho scoperto, con dolori e fatiche, che non conoscevo il mio stesso «cuore del cuore», perché per anni la malattia se n’era impossessata. Ma ho trovato dei modi, delle strategie per ricordarmi il suono della mia voce. Oggi ho scoperto cosa significa ascoltarsi, conoscersi in profondità, comprendere le proprie emozioni e i propri bisogni. E so cosa significa tenere il proprio «cuore del cuore» tra le mani, innalzarlo al cielo e urlare a squarciagola ciò che sente.
– Federica Merli
“Il cuore del cuore è ciò che teniamo per noi, nascosto, custodito con attenzione: esporlo e donarlo a qualcuno è rischioso e fa paura. Per questo, per me, l’unico modo per conoscerlo negli altri è fare un passo indietro. Non arrivare con una torcia luminosa puntata nel buio, a indagare dettagli e segreti, ma sedersi accanto a quel qualcuno con un lumino dorato, leggero e flebile.”