Che cosa è vero e che cosa è falso?
La verità tra fiabe e realtà
Sin da piccoli siamo stati abituati a trovare una verità da raccontare e raccontarci, anche tramite le fiabe che leggevamo.
A questo proposito, abbiamo aperto un dialogo con Silvano Petrosino, professore ordinario all’Università Cattolica del Sacro Cuore – dove insegna Teoria della Comunicazione – oltre che autore di diversi saggi, tra cui Le favole non raccontano fiabe. E partendo dalla fiaba di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore, abbiamo analizzato insieme a lui, in modo profondo, ciò che ci spinge a dire il vero e ciò che siamo.
Perché poi le favole non sono mai scritte per i bambini, ma per l’adulto che saremo.
Fiabe e vissuto: una chiave di lettura
Le fiabe, come lei ha più volte specificato, non sono solo fiabe, ma mettono in evidenza aspetti della nostra vita. Ne I vestiti nuovi dell’Imperatore si mette in luce un aspetto fondamentale dell’uomo: la verità, a volte resa invisibile per necessità. Lei che cosa ne pensa?
«Le fiabe, queste grandi fiabe, riescono a portare alla luce aspetti fondamentali dell’esperienza umana, non della vita. Questo passaggio è fondamentale: non parlano della vita, ma del vissuto. Il nostro vissuto è fatto di paure, timori, angosce, vizi; dunque è molto più aggrovigliato e complicato di ciò che si pensi, perciò anche la verità è sempre aggrovigliata tra ciò che è il nostro vissuto. Spesso non c’è qualcuno che ci inganna, che ci racconta una falsa verità, siamo noi stessi a mentirci e questo aspetto appartiene all’esperienza del soggetto. Da questo punto di vista non è semplice dire “il re è nudo”, a volte mentire a noi stessi ci conviene».
Il coraggio di vedere la verità
Ci vuole coraggio, per dire, o dirsi, che la verità non è quella che vediamo?
«Sicuramente. A volte ci sono situazioni in cui una persona non riesce a darsi coraggio, forse per paura o per necessità di sentirsi più forte. Ciò non vuol dire che sia cattivo, ma che questo passo da compiere può essere difficile».
Conformismo e pensiero critico
Leggendo questa fiaba, mi è venuto spontaneo analizzare il comportamento dei protagonisti, non giudicandolo, ma paragonandolo all’attualità e a ciò che vivo. Vedo la necessità delle persone di conformarsi per sentirsi appartenenti a un gruppo, arrivando persino a tradire le proprie idee. Oggi si può essere quel bambino della fiaba, imparando a sviluppare un proprio pensiero critico, anche se controcorrente?
«Le pongo una domanda a partire dalla sua, e perché uno dovrebbe avere e affermare contro tutti una propria idea? A volte il conformismo è confortevole. Il conformismo lo ritroviamo dappertutto, non c’è nulla di più conformista degli anticonformisti. Tutti troviamo conforto nella massa, nel sentirsi appartenenti a un gruppo e ancora di più – è stato studiato – un soggetto debole. Ciò non è un elogio al conformismo, ovviamente, ma è un’analisi senza critica, cercando appunto di pensare che a volte conformarsi è frutto di una necessità di sentirsi parte. È ovvio che per essere quel bambino ci vuole, come detto prima, coraggio, senza farsi spaventare dalla solitudine iniziale».
L’imperatore e la debolezza umana
Rovesciando la prospettiva: l’imperatore, legato al suo modo di apparire, all’estetica, ai beni materiali, è anch’esso vittima e non colpevole della stessa bugia dei truffatori. In questa realtà, siamo tutti vittime della nostra insicurezza, e non colpevoli?
«La debolezza può riguardare tutti noi, anche chi sostiene di essere “forte” perché con un maggior potere economico o sociale. Anzi, spesso dietro a questa ostentazione e affermazione del proprio potere, si nasconde una grande incertezza sulla propria personalità.
Tutti abbiamo necessità della conferma di esistere, di essere bravi. Un po’ come un bambino che cerca conferma da parte di un genitore di stare eseguendo bene un compito. Il bimbo dice alla mamma: “mamma, guardami” in attesa dell’approvazione. L’imperatore mostra sé stesso, il suo lato migliore, in attesa di aver conferma di esserci, semplicemente per poter affermare la propria identità.
Da questa analisi, potremmo dire che oggi siamo un po’ tutti imperatori, ammaliati dai social, che ci permettono di costruire una narrazione della nostra vita parallela?
I social hanno globalizzato la piazza in cui l’imperatore passeggiava, amplificandone anche l’effetto su chi vive quel momento. Sarebbe interessante analizzare l’effetto che i selfie hanno su noi, facendoci cadere in un loop in cui guardare sé stessi, ritrarsi per poi condividere è un meccanismo fondamentale, che ci lega a ciò che mostriamo di noi.
È interessante sottolineare però, che con i social questa tendenza è aumentata, perché sotto lo sguardo di una piazza più grande, ma è un comportamento che esiste già da tempo. Pensandoci mi viene in mente, le passeggiate che si facevano in paese: il momento in cui si indossava l’abito migliore, dedicato solo alla domenica o alle occasioni importanti. Anche lì ciò che si mostra, è solo un lato, quello socialmente conforme, accettabile, ma sotto è ovvio, è scontato che ci siamo noi, con le nostre imperfezioni, i nostri difetti e le fragilità».
Il rischio di ostentare la fragilità
Oggi, però per noi giovani mostrarsi forti non è più una necessità, ne è un esempio il successo della canzone di Lucio Corsi Volevo esser un duro, in cui si mette in evidenza quanto ognuno di noi sia fragile. Che cosa ne pensa?
«Di sicuro è un bene che si parli di ciò, però c’è una cosa su cui porre attenzione: l’errore di non cadere in nuovi vestiti. Non fare della fragilità il nuovo vestito da indossare a tutti i costi, da mostrare per rappresentarsi. Facciamo in modo che la fragilità non sia qualcosa da dover indossare, ma da vestire, senza ostentarla».
La paura di scomparire
Rimanendo su un’analisi a partire dai testi delle canzoni, che possono essere un manifesto dell’attualità, ho pensato a un verso della canzone di Brunori Sas, La verità. «La verità è che ti fa paura l’idea di scomparire»: ciò che ci spinge a mascherarci, a far di tutto per esser sempre la versione migliore di noi stessi è la paura della finitezza di questa vita? L’idea che scompariremo?
«Questa paura è uno dei punti fondamentali della vita umana. Accettare di essere mortali non è semplice, così come il sapere che tra 50/100 anni saremo dimenticati. È normale che partendo da questa affermazione la vita diventi una sfida ancora più grande. Siamo pronti ad accettare di vivere una vita normale, sapendo che prima o poi avrà una fine? Allora tutto cambia prospettiva.
Della brevità e finitezza della vita si è sempre riflettuto e si rifletterà sempre, cercando si trovare una risposta. Nel primo e nel secondo capitolo dei Libri Sapienziali della Bibbia si dice (ne faccio una sintesi): «la nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio, quando l’uomo muore, la vita è breve. Siamo nati per caso, e dopo saremo come se non fossimo stati. Quando saremo morti nessuno si ricorderà di noi. Una volta spentasi questa, il corpo diventerà cenere e lo spirito si dissiperà come aria leggera. Il nostro nome sarà dimenticato con il tempo e nessuno si ricorderà delle nostre opere. La nostra vita passerà come le tracce di una nube, si disperderà come nebbia. Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte».
Dunque divertiamoci. È inutile pensare a quello che vorremmo essere, ciò che diventeremo. Viviamo, sapendo che i nostri giorni sono limitati. Questa è la sfida dell’essere umano: la vita».
Conclusione: vivere con autenticità
Quindi cosa direbbe a chi ha voglia di trovare la sua verità nella brevità della vita?
«Siate fedeli a ciò che siete, sempre a prescindere dal resto, fatevi muovere dalla passione e dalla voglia di vivere, ricordandovi di essere umani, quindi imperfetti, capaci di sbagliare e farsi del male. Questa è la nostra partita».
– Silvano Petrosino
“Dunque divertiamoci. È inutile pensare a quello che vorremmo essere, ciò che diventeremo. Viviamo, sapendo che i nostri giorni sono limitati. Questa è la sfida dell’essere umano: la vita.“