Finali alternativi – Riscrivere un finale o credere in sogni impossibili

Giulia intreccia cinema, letteratura e psicoterapia per raccontare che ogni fine può diventare uno spiraglio: non un addio, ma un arrivederci illuminato da crepe e speranze.
"Mi ascolto e sento cosa mi aggancia e muove. Mi viene in mente che qualche giorno prima di mettermi a scrivere ho avuto una delle ultime sedute con un paziente: la fine è sempre un momento difficile da decretare. È un processo che si attraversa tenendosi per mano e ci si aspetta vicendevolmente, voltandosi indietro di quando in quando per assicurarsi di essere allineati il più possibile".

I B.Liver e i finali alternativi: quando la fine diventa un arrivederci

Pensa che ti ripensa ho pensato che i finali dei libri e dei film a me più cari finiscono come avrebbero dovuto e come avrei voluto, dunque che fare? Cosa riscrivere? Non mi sento mica di stravolgere qualcosa che mi ha soddisfatta. Prendete L’Attimo fuggente: quale finale migliore di uno stuolo di studenti che si alza in piedi sui banchi del College esclamando «Capitano, mio Capitano!», per sostenere e provare il profondo rispetto verso il professor Keating. Oppure pensate a La vita davanti a sé, lo splendido romanzo di Romain Gary: potrebbe mai esistere un finale diverso da quello che vede Momo, il piccoletto, deciso a truccare per l’ultima volta la sua Madame Rosa quando lei è già morta nel suo letto? È un’immagine così struggente e potente! È stata in grado di buttar fuori dalle pagine del libro, oltre la carta e il racconto, la verità sull’Amore che salva e recupera le anime date per perse. Immodificabile, decreto. Allora blocco dello scrittore. Devo chiedere aiuto ai miei colleghi psicologi con il cuore aperto e grande.

Balconcino di Casa di Deborah. «Ragazzi, non so cosa scrivere. Idee a zero e il tempo corre…».

Mi osservano. Finali da cambiare, fine, il nostro lavoro, le vite dei tanti pazienti, le nostre… mi ritrovo nei loro sguardi che tanto mi tengono e sostengono. Mi attraversa fulminea un’idea.

Aspettate, vi ricordate L’arte di legare le persone di Paolo Milone, lo psichiatra? Parte un brainstorming en plein air. Il testo, crudo e vero e delicatamente poetico insieme, parlava della contenzione in senso molto ampio delle persone e della loro mente-corpo sofferente. Serve o no legarli questi dolori? E se sì, come?

«Giulia che ne è dei finali delle psicoterapie dei tuoi pazienti?». Ecco di cosa scrivere. Grazie ragazzi! Siete sempre fonte di ispirazione mista a gratitudine per me. Decido di disobbedire e trasformare i finali da cambiare in possibilità di vite tutte da immaginare.

Mi ascolto e sento cosa mi aggancia e muove. Mi viene in mente che qualche giorno prima di mettermi a scrivere ho avuto una delle ultime sedute con un paziente: la fine è sempre un momento difficile da decretare. È un processo che si attraversa tenendosi per mano e ci si aspetta vicendevolmente, voltandosi indietro di quando in quando per assicurarsi di essere allineati il più possibile. E quando ci si ri-scopre tanto vicini è il momento in cui ci si può lasciare andare. L’Arte di s-legare le persone. È stato un lavoro durato circa tre anni, con momenti più difficili e altri più leggeri, come la vita del resto. Ma alla fine – toh! guarda, la fineeccoci qui. Uno davanti all’altra, occhi negli occhi, che ripercorriamo gli ultimi tempi di questo lavoro intenso e unico e ci prepariamo al saluto finale.

Finale? No, troppo drastico. Allora mi viene in mente lo spiraglio di una porta socchiusa da cui entra una luce calda e tenue. Mi viene in mente La lettera sulla luce del nostro Vescovo di Verona, Monsignor Domenico Pompili, che dice che la luce arriva grazie alle crepe, alle fessure appunto. Penso a una maniera nuova di congedarmi dalla vita di quest’uomo-paziente, un modo che non implichi un finale unico, ma che sia da intendersi come una momentanea sospensione della relazione settimanale tra noi, in virtù della possibilità di sperimentarsi da solo con autenticità, attingendo da ciò che di buono ha interiorizzato della mia figura e della nostra relazione unica e trasformativa. Dunque, insieme conveniamo che si chiuda un capitolo, ma il libro della sua – della nostra esistenza è ancora da scriversi e più che un finale, che ancora non c’è, ci piace stringerci la mano con un arrivederci al sapore di speranze e sogni ancora possibili.

Spengo la luce dello studio, ma mi accorgo che in fondo al corridoio ce n’è un’altra di luce accesa, calda e tenue come quella che avevo immaginato. E si stagliano lontane (sono miopissima) le sagome dei miei colleghi che lavorano ancora. E io penso che trovarli là sia il finale più meraviglioso di questa lunga giornata.

– Giulia Maltagliati

Finale? No, troppo drastico. Allora mi viene in mente lo spiraglio di una porta socchiusa da cui entra una luce calda e tenue. Mi viene in mente La lettera sulla luce del nostro Vescovo di Verona, Monsignor Domenico Pompili, che dice che la luce arriva grazie alle crepe, alle fessure appunto. Penso a una maniera nuova di congedarmi dalla vita di quest’uomo-paziente, un modo che non implichi un finale unico, ma che sia da intendersi come una momentanea sospensione della relazione settimanale tra noi, in virtù della possibilità di sperimentarsi da solo con autenticità.

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